E’ morta la cantante e attrice Jane Birkin. Londinese di origini, naturalizzata francese e musa di Serge Gainsbourg, è stata trovata morta a 76 anni nella sua casa parigina. Da tempo era gravemente malata, tanto da essere costretta ad annullare i suoi concerti in primavera. Lo aveva annunciato lei stessa, spiegando di avere “bisogno di tempo” per tornare in scena, davanti al suo pubblico. E’ stata definita l’icona sexy e pop degli anni Sessanta, la rivoluzione in minigonna, la vita tumultuosa. Ma chi era veramente e cosa ha rappresentato? Lo abbiamo chiesto allo scrittore, esperto di costume, Fulvio Abbate.
Chi è stata Jane Birkin e cosa ha davvero rappresentato?
“Negli anni del sessantotto e delle sue varie propaggini ha sicuramente rappresentato insieme a Serge Gainsbourg un doveroso oggetto di invidia, e non è certamente un caso che sui social siano state riprodotte le sue foto; ma attenzione, non sono foto di lei ma essenzialmente della sua bellezza e della sua forte desiderabilità. L’invidia nasceva dal fatto che loro erano vip e come tale facevano sesso, contrapposti ai non vip che erano invece condannati a fare la spesa tornando a casa con le buste piene dal supermercato. L’invidia dettata dal desiderio di non poter soddisfare la desiderabilità provata nel vedere il suo corpo. Ma si tratta comunque di un tempo ormai lontano sia storicamente, sia anagraficamente e sia biologicamente”.
Ha contribuito a sdoganare le mode trasgressive del suo tempo?
“Lei appartiene al tempo della cosiddetta rivoluzione sessuale quando la nudità non era motivo di scandalo, o lo era in senso progressivo”.
C’è chi la definisce icona rivoluzionaria, chi erotica, chi trasgressiva. Qual è l’aggettivo che meglio le si addiceva?
“Il termine icona lo stiamo usando oggi che è morta, ma all’epoca chiunque avrebbe voluto incontrarla invidiando Serge Gainsbourg. Basti ricordare l’impatto che ebbe la canzone “Je t’aime, moi non plus”, sorta di film hard senza immagini”.
Quindi è stata tutto, rivoluzionaria, erotica e trasgressiva?
“Non direi. Lei era assolutamente naturale e con assoluta naturalezza usava come borsa un cesto di vimini; poi paradossalmente Hermés le ha dedicato una borsa che ha avuto tanto successo nel mondo, ma lei in realtà è rimasta associata a quella cesta di vimini e ad un abito senza reggiseno. Ma in quegli anni le ragazze non indossavano biancheria intima quindi in lei era tutto terribilmente naturale”.
Che contributo ha dato al ’68?
“Non ha dato nessun contributo, è soltanto un’immagine che appartiene a quegli anni, al pari dei manifesti del maggio francese o della lotta contro De Gaulle. Lei del resto era inglese naturalizzata francese, rampolla di una famiglia dell’ottima borghesia. Come detto la sua principale dote era la naturalezza cui poi si è aggiunta la profondità come ha dimostrato in seguito”.
Dicono che sia rimasta sostanzialmente semplice, che non si sia mai fatta troppo condizionare dal suo essere vip. E’ così?
“Il glamour le è stato imposto da altri. Lei spiccava per la sua naturalezza e fragilità, per i suoi tormenti. Non dimentichiamo che ha avuto una vita molto tormentata”.
Anche il fatto di avere avuto questa vita disordinata rientrava nel personaggio?
“Non parlerei di disordine. Ad un certo punto ha anche lasciato Gainsbourg non reggendo più la sua personalità e la sua condizione di alcolista. Non c’è mai stato in lei alcun tratto di protervia”.
Qualcuno la sta mettendo in competizione con Brigitte Bardot l’altra icona sexy del cinema francese. Cosa avevano in comune e cosa invece le divideva?
“In comune c’è forse soltanto un’immagine iconica che le vede nude a letto insieme, ma per il resto non vedo analogie. Brigitte Bardot è una signora di destra della buona borghesia francese parigina con il peso di essere stata una delle massime icone di bellezza, mentre Jane Birkin è stata sempre ed unicamente se stessa”.
Ha un ricordo in particolare di lei?
“Quando avevo dodici anni la sua canzone “Je t’aime, moi non plus” era considerata motivo di scandalo e noi adolescenti non potevamo ascoltarla perché censurata in Italia. Ricordo però che mia cugina si vantava di aver comunque letto il testo, da cui però non si percepivano i gemiti dell’orgasmo. Quella canzone non è che fosse alla fine un grande capolavoro, era simmetrica ai film di quegli anni, come “Eva, la verità sull’amore”, anni in cui l’educazione sessuale veniva ancora spiegata usando un fiore e ricorrendo all’impollinazione”.
La chiave del suo successo quindi è stata più la bellezza, la sensualità, il fascino, la bravura?
“Era essenzialmente la desiderabilità e la perfezione trigonometrica del volto. Il suo valore lo ha dimostrato in seguito, anche impegnandosi nel campo dei diritti civili e scendondo in piazza insieme alla figlia Charlotte contro l’estrema destra di Le Pen. Lei si mostrava sempre al naturale, sia indossando gli shorts, sia un vestito a rete che mostrava il suo seno acerbo, quasi da ragazzo androgino”.
Ma si può definire un sogno erotico?
“Certamente, lo è stata in tutti i sensi come Jane Fonda e altre. Lei però è esistita al di là della sua professione, come fosse una creatura di un altro mondo. Possedeva una bellezza straordinaria, ma al tempo stesso misurata, una bellezza che non era mai ostentata, ma frutto di una naturalezza assoluta persino nella sua nudità. Ecco perché ha avuto tanto successo”.



