Cercare subito un lavoro o cominciare gli studi universitari? Sembra una domandina facile, ma in realtà, a poche settimane dalla conclusione degli esami di maturità, un diplomato su tre non sa cosa fare. E’ il dato più significativo che emerge dall’indagine “Giovani e orientamento”, condotta per il secondo anno da Skuola.net in collaborazione con Gi Group, la prima agenzia per il lavoro a capitale italiano, elaborata su un campione di 3000 tra ragazze e ragazzi delle scuole secondarie superiori, tra cui mille maturandi intervistati durante gli esami di Stato.
Uno scenario che appare ancora più preoccupante se si considera anche che solo un maturando su cinque dice di sapere cosa farà, mentre la restante metà del campione pur avendo valutando delle opzioni ha ancora qualche incertezza su come muoversi confermando come il problema dell’orientamento sia purtroppo diventato strutturale. Una ricerca simile svolta lo scorso anno, infatti, proponeva un quadro praticamente identico. In un contesto del genere, non è escluso che si finisca per sbagliare strada e, talvolta, di andare a ingrossare la già corposa schiera dei “né-né”: quasi 6 neodiplomati su 10 temono di entrare a far parte di quella categoria di giovani che non studiano o non lavorano.
Per gli studenti in uscita dal sistema scolastico si può fare poco: ad aiutarli ci dovranno pensare i professionisti che si occupano di formazione terziaria e inserimento nel mondo del lavoro, ma per quelli che ancora sono tra i banchi si può fare migliorando soprattutto l’orientamento che, a quanto pare, sembra essere il vero anello debole della catena. Basti pensare che, secondo l’indagine sui maturandi, oltre un quarto pare che non abbia svolto attività di rilievo lungo l’intero quinquennio delle superiori. E circa un terzo ha iniziato solamente durante l’ultimo anno. Appena uno su dieci ha preso i primi contatti col mondo del lavoro dal terzo anno in poi, cioè nel periodo più indicato per informarsi e sperimentare.
Ma non è solo questo il problema, perché le attività di orientamento, oltre che scarse quantitativamente, sono giudicate anche poco efficaci. Tra chi ha avuto la fortuna di svolgerle, ben oltre la metà (59%) si sente di bocciarle: il 42% le ha trovate poco utili, mentre il 17% le stronca. Le ragioni? L’approccio eccessivamente teorico all’argomento, che le rende noiose, e il sostanziale distacco dalla realtà. Poi ci sarebbe la “fuorviante” focalizzazione da parte degli orientatori soltanto su un tema: l’università. Oltre 3 studenti su 4 dicono di aver ascoltato soprattutto “televendite” di atenei e corsi di laurea. Al contrario, di percorsi formativo-professionali post-diploma ne ha sentito parlare solo il 28%. Meno di uno su 4 ha ricevuto una panoramica sugli Its, gli Istituti Tecnologici Superiori, su concorsi e selezioni nel settore pubblico o privato o sui passaggi principali per “fare impresa”.
Una sparuta minoranza ha sentito parlare dei percorsi Ifts, che in meno di un anno preparano ad alcune tra le professioni più richieste e ricercate dal mondo del lavoro. Forse per questo, almeno sulla carta, i neodiplomati sembrano essere intenzionati ad aspirare in massa al titolo accademico. Almeno fra le ragazze questa pare essere una scelta quasi obbligata: il 74% delle maturande, nel campione intervistato, punta alla laurea, mentre i maschi si dimostrano più aperti verso l’alternativa all’università: le percentuali di coloro che sono intenzionati a entrare subito nel mondo del lavoro oppure a provare la via del pubblico impiego (Forze armate e di polizia incluse) o a frequentare un corso tipo Its/Ifts sono doppie rispetto a quanto registrato tra le coetanee. Non mancano però quelli, uno su 5 tra i ragazzi e uno su 10 tra le ragazze, che probabilmente si fermeranno per un anno oppure tenteranno la fortuna all’estero.
Che serva dunque una profonda riforma delle attività di orientamento sembra ormai chiaro sperando che i docenti orientatori facciano tesoro dei suggerimenti degli stessi ragazzi poiché questi ultimi qualche idea per cambiare le cose ce l’hanno già. Loro, infatti vorrebbero entrare di più nel vivo del mondo del lavoro già negli anni della scuola. Stage e tirocini formativi, più concreti dei Pcto che si svolgono oggi, sono la priorità per un terzo degli alunni delle superiori.
«Le testimonianze dei ragazzi – sottolinea Daniele Grassucci, direttore di Skuola.net – sono impietose in questo senso, così come anche gli esiti: un terzo dei maturandi, dopo tredici anni passati tra i banchi di scuola, ha ben poche idee in merito a cosa fare ora con il diploma che ha in mano. E sorprende fino a un certo punto anche il fatto che quasi il 60% di loro abbia paura di diventare un Neet. In un Paese che, però, paradossalmente offre lavoro a decine di migliaia di giovani in posizioni nelle quali è impossibile o quasi trovarli. Per modificare un po’ la rotta potrebbe, forse, bastare che qualcuno gli raccontasse di queste opportunità; magari il “mismatch” (lo squilibrio tra domanda e offerta) sarebbe minore».
Per Zoltan Daghero, amministratore delegato di Gi Group «nel passaggio scuola-lavoro sono fondamentali l’orientamento, l’attivazione di percorsi formativi mirati e il coinvolgimento anche delle famiglie e dei docenti. In questo sta il nostro ruolo: fare da ponte tra questi mondi e permettere alle ragazze e ai ragazzi di conoscere tutte le strade e le opportunità che hanno davanti per esprimere il proprio talento e costruire il proprio futuro».



