Sinistra anti-patriarcale: si scrive educazione sentimentale a scuola si legge gender

3 minuti di lettura

Terza e ultima puntata del dopo-massacro di Giulia. Da ora in poi separeremo infatti, la vicenda giudiziaria dal dibattito politico che sta infiammando l’Italia e non solo, relativo all’emergenza-femminicidi, le mobilitazioni dei giovani, la grancassa mediatica e le strumentalizzazioni ideologiche della sinistra (politica, intellettuale, giornalistica) che, visti i flop elettorali, il consenso della destra di governo da parte dei mercati internazionali e delle agenzie di rating (che hanno vanificato l’eventuale e sperato ricorso ai soliti tecnici), e la non riuscita della via giudiziaria al ribaltone, tenta disperatamente di inverare e attualizzare lo spettro del fascismo col patriarcato, responsabile di ogni male.

Tradotto: patriarcato uguale destra, uguale femminicidi, destra uguale violenza. Ignorando che i paesi col più alto numero di femminicidi sono proprio quelli privi di tradizione patriarcale, come gli Stati del Nord-Europa (l’Italia, invece, è dodicesima, addirittura dopo Malta). E ignorando che anche le donne uccidono e le giovani donne partecipano attivamente alle baby gang.

E’ la solita solfa moralista (modello-Usa) e giacobina. Lo abbiamo già spiegato: il tema vero sono le relazioni tossiche nella società (che ha collegato il residuo del patriarcato e del matriarcato al consumismo, alla commercializzazione della vita, alle persone ridotte a cose, da acquistare e buttare, e all’individualismo sfrenato che i social hanno amplificato); e alla famiglia come ex-agenzia di senso, dove si sperimenta e veicola da decenni in troppi casi il familismo amorale, l’egoismo e le pulsioni predatorie, narcisistiche, autocentrate, autoreferenziali (e quindi anaffettive) verso l’esterno che connota le relazioni dei propri rampolli.

Adesso la ricetta proposta dalla sinistra è l’introduzione a scuola di corsi all’affettività, alla gestione dei sentimenti, all’educazione sessuale, come panacea per creare un mondo virtuoso, educato, disinfettato, civile. Una sorta di paradiso sulla terra.

Ma resta la domanda di fondo: l’educazione spetta alle famiglie o allo Stato? Oppure, occorre stipulare un patto tra famiglie e istituzioni? La replica dei progressisti è sempre la stessa: se la famiglia è malata, non comunica, è problematica, bisogna passare la palla al pubblico. Difficile stabilire delle regole oltre le leggi attualmente vigenti. E poi, quale sarebbe l’educazione in mano al pubblico?
Innanzitutto è sbagliato obbligare bambini delle elementari a frequentare tali corsi (sarebbe un indottrinamento a senso unico, tra l’altro inefficace e improduttivo). Semmai il discorso dovrebbe riguardare le medie.

Ma poi, con quali contenuti? Imporre da parte di docenti sicuramente schierati la visione laicista della vita, la centralità dei desideri della mente come diritti; valori o disvalori ritenuti l’unico metro del progresso e della civiltà?
Sarebbe di fatto la legittimazione del gender nelle scuole. Facciamo un esempio pratico. Il bullismo viene affrontato come codice deviante e basta o come cavallo di Troia del gender? Se un bambino afferma che pur in un corpo di maschio si percepisce femmina, cosa direbbero oggi i professori specializzati in antibullismo dietro la patina ipocrita del rispetto? Che è normale, che non c’è niente di male e che bisogna essere come si è (la vera natura del piccolo), nel nome del “pensarsi libero”. E se qualcuno tra chi insegna si pone il problema dei condizionamenti della moda, delle paure irrisolte, delle confusioni dei giovani, dei cattivi rapporti col maschile e il femminile in famiglia, accompagnandoli a percorsi di verità che possono pure finire diversamente, è destinato a diventare un bieco e medioevale cattolico, un fan dello Stato confessionale, etico, se non un omofobo.

Tornando al delitto di Filippo le parole dei due genitori (il primo fortemente e velocemente proteso a una dimensione educativa sociale; il secondo incapace di capire il figlio perfetto al quale ha dato tutto), già danno alcune risposte che rimandano a un mondo dove i genitori sono distanti o pensano che solo il lavoro o i soldi possano bastare a governare felicemente una famiglia.

Non a caso proprio dal Nord-Est (la società ricca ex-contadina) sono nati i Carretta, i Maso, ragazzi formalmente tranquilli, con terribili demoni interni. E chi sostiene che c’è un contesto culturale che porta a comportamenti sbagliati non ha tutti i torti. Ma assolutizzare il concetto è puro marxismo. Karl Marx sosteneva che l’ambiente determina la coscienza. Invece, è preferibile affermare che l’ambiente “condiziona” la coscienza, non la determina. Altrimenti ogni quartiere popolare a rischio partorirebbe delinquenti e disadattati. Dall’altra parte, non sbagliano gli osservatori di stampo liberale che di fronte a un fatto di cronaca nera si limitano ad affermare che la responsabilità è solo personale.

Si troverà mai una giusta sintesi? Tra una destra che riconosce i collegamenti culturali tra omicidi perpetrati da islamici o da migranti e tende a negare quando i fatti sono diversi, e una sinistra che pensa solo al patriarcato fascista, non ci sarà mai dialogo.

 

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Articolo precedente

WeRide approved to launch a paid service of fully driverless Robotaxis in Beijing

Articolo successivo

Cognizant selected by Alm. Brand Group to enable automation services

0  0,00