Invito tennisti al Quirinale. Quel patriottismo sportivo molto ipocrita

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Il “no” all’incontro con Mattarella dei tennisti vincitori della Coppa Davis non rischia di diventare solo un caso, diplomatico, politico e sportivo, ma porta in superficie qualcosa di molto più profondo che interroga direttamente i nostri valori, le ragioni basiche del nostro stare insieme. Del nostro essere italiani.

Che senso ha cantare, infatti, l’inno a squarciagola, dire enfaticamente, ispirati con gli occhi chiusi davanti alle telecamere, che “siamo pronti alla morte” quando “Roma chiamò”, alimentando un nazionalismo radicale, appassionato, assoluto, contagioso, capace di compattare tutti gli italiani, al di là delle divisioni, delle appartenenze politiche, culturali, religiose, sportive (italiani che per qualche ora dimenticano i problemi), quando poi si rifiuta “amabilmente” un invito solenne del Quirinale, la prima carica dello Stato, l’incarnazione vivente della patria e della Costituzione, preferendo le vacanze “già programmate”?

E’ proprio sui fatti che casca l’asino. Che casca ogni asino e che evidenzia un ormai irreversibile iato tra un’identità ruffiana, ipocrita, quasi da telenovela, da spettacolo a uso e consumo degli interessi commerciali e degli interessi privati (di cui gli atleti, calciatori, tennisti, pallavolisti etc, nessuno escluso, si fanno amplificatori), e i comportamenti concreti. Posture, tra l’altro, clamorosamente in contrasto con le parole, le dichiarazioni ufficiali via etere e non solo, preparate, studiate e ripetute a pappagallo solo per essere perfetti, accettabili, gradevoli e commestibili presso l’opinione pubblica.

Il risultato triste e scadente è un nazionalismo virtuale e scelte individualiste all’opposto da parte di molti protagonisti dello sport da un lato; e dall’altro (il messaggio che si dà), istituzioni percepite e ridotte a orpello inutile, retorico, lontano dalle pulsioni dell’io delle persone.

Prima o poi questa recita doveva diventare esplicita, palese e manifesta nella sua gravità.

I tanti guru della comunicazione che si fanno in quattro per disegnare e rappresentare mediaticamente un mondo dorato (in realtà miliardario e falso), e che si sono indignati “eticamente” quando Mancini ha mollato in un nanosecondo la nazionale di calcio, in virtù di decisioni unicamente economiche, adesso per incanto scoprono che il patriottismo della squadra di tennis vincitrice della Coppa Davis, è smentito vergognosamente dalla notizia che cinque su quattro di loro hanno la residenza fiscale a Montecarlo (in pratica, non pagano le tasse da noi). Lo stesso Sinner non è esente da ciò, oltre al fatto che è sulla scia antropologica di Gustavo Thoni: asburgico dall’italiano zoppicante. Che italiani sono, loro e molti altri?

La verità è che bisogna dire basta alle prese in giro, al circo delle illusioni non a costo zero.

L’invito del Capo dello Stato non si discute, non si rifiuta. Si perde un giorno di vacanza, punto. E magari, si recupera successivamente, tanto a chi rinuncia a un giorno di mare o di montagna, i soldi non mancano.

Il presidente Mattarella, rischiando l’incidente, ha dato comunque una lezione di stile: è stato costretto a correggersi, dicendo che i vincitori del tennis possono venire quando vogliono, in virtù di una “data da riprogrammare”. Come se fosse lui a disposizione degli atleti e non il contrario.

Una nota di merito per Nicola Pietrangeli, un uomo di vecchio stampo e in controtendenza, che non a caso ha dimostrato di avere una sensibilità istituzionale inattaccabile: “Loro non vanno? Ci andrò io”.

 

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