Firenze chiama Bruxelles. Tutti i giochi di destra e sinistra in vista del voto

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Tu chiamale se vuoi soltanto prove tecniche di campagna elettorale.

Quello che non va fatto e che bisogna capire una volta per tutte, è non prendere sul serio le parole che da oggi in poi, fino alla conclusione della campagna per le europee, pronunceranno ovunque i leader e i loro ascari-collaboratori.
Infatti, gli argomenti usati e i fatti compiuti saranno unicamente un mero pretesto (l’economia, la guerra Sanremo, Giulia e Filippo, i treni di Lollobrigida, la storia, la geografia, l’Albania etc), per divisioni, polemiche, attacchi, arringhe, chiamate a raccolta, appelli.
Si chiama “posizionamento della comunicazione”: tecnica di marketing per ottenere, conquistare, riconquistare, non perdere, il consenso popolare, visti i numeri dei recenti sondaggi che danno i partiti complessivamente in calo.

Segno di una crescente disaffezione da parte dei cittadini, i quali ciclicamente si affidano al salvatore di turno e puntualmente rimangono delusi. Da Berlusconi a Prodi, da Renzi a Salvini, il trend è stato il medesimo, come l’inizio, come la fine. E la Meloni rischia ugualmente. Al momento regge non tanto perché sta rispettando le promesse fatte prima del 15 settembre (sulla sua presunta incoerenza ideologica ci sono già parecchi mal di pancia a destra), ma per la grinta, il decisionismo, che riesce sempre a sfoderare, sia in Italia, sia all’estero; postura che agli italiani piace storicamente.

Se a questo aggiungiamo che alle europee si voterà col proporzionale, è d’uopo ritenere che ci aspetta una logorante e snervante guerra “guelfi vs ghibellini”, per rialzare il tiro soprattutto internamente.

A scaldare le polveri ci ha pensato Matteo Salvini che a Firenze ha radunato i sovranisti del continente (peccato per lui che Marine Le Pen e l’olandese Geert Wilders non abbiano partecipato, sono intervenuti da remoto). Il suo grido di battaglia è stato il classico “no all’Europa dei banchieri, dei burocrati, degli abusivi, dei massoni che impoveriscono i popoli e le nazioni: Soros contro Golia”. Slogan consueti che mirano a corteggiare una destra diffusa che simpatizza emotivamente per il generale Vannacci che non a caso il Capitano vorrebbe candidare. Ma soprattutto, che hanno come obiettivo il recupero e la riaggregazione di un elettorato che alle ultime politiche ha scelto la Meloni: è la solita trita e ritrita competizione a destra, da parte di una Lega che ha riproposto la versione nazionalista e sovranista, ignorando le preoccupazioni dei maggiorenti “autonomisti” del Carroccio (i governatori del Nord), che temono salti nel buio.

Il cuore della strategia di Salvini è una maggioranza di centro-destra pure a Bruxelles, simile alla maggioranza che governa da noi: sovranisti, conservatori, cattolici e liberali (Ppe, Identità e democrazia, Conservatori e riformisti). A quale scopo? Rompere le uova nel paniere al disegno opposto di Tajani e forse della Meloni che, da pragmatica opterà per tale soluzione dopo aver valutato i numeri usciti dalle urne e cioè, una “maggioranza-Ursula” allargata all’appoggio dei conservatori (Ppe-Pse-Ecr). E per la premier sarà un bel rebus conciliare l’abbraccio della presidente della Commissione Ue che da un po’ di tempo le si è aggrappata come una pignatta, e il no al gender, al laicismo, al mondo Lgbtq e il rigorismo europeo delle banche.

Tajani, invece, dal canto suo, continua imperterrito per la sua strada, non pensando minimamente allo iato tra la formula italiana contraddetta a Bruxelles (da noi il centro-destra, lì l’inciucio trasversale). E dopo una bocciatura totale dei sovranisti (“il partito tedesco Afd, uno degli alleati della Lega in Europa mi fa schifo. Hanno una cultura nazista”), ha ipotizzato una terza possibilità-opzione: “Ricordo che ho guidato il Parlamento europeo senza i voti del Pse, dopo aver sconfitto un candidato socialista, con un’alleanza fra popolari, conservatori e liberali”. Della serie, se son numeri fioriranno.

A sinistra anche le polemiche dure contro il raduno sovranista di Firenze sanno di riposizionamento e di semplice marketing elettorale.

La Schlein non ha comunicato, esattamente come la Meloni (il loro è un bipolarismo mediatico speculare), mentre qualcuno dei suoi si è indignato ideologicamente, a partire dal sindaco Dario Nardella (“il raduno dei sovranisti è stato un mezzo flop, Firenze è il contrario della destra, è mondo globale”), le cui ambizioni europee sono note.
Matteo Renzi ha sparato alzo zero perché ha il problema di distinguersi continuamente dal gemello-diverso Carlo Calenda. Renzi ha parlato di bidone nei confronti di Salvini (concentrandosi ironicamente sulle assenze, un segnale per la Meloni); Calenda, all’opposto, ha evidenziato il pericolo destro: “I sovranisti hanno al momento una solida maggioranza”. Quindi, bisogna reagire e comportarsi di conseguenza. Chi vuol intendere intenda: specialmente a sinistra. Ogni riferimento al campo largo non è puramente casuale. Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni hanno messo il cappello sulla piazza antifascista mobilitatasi per l’occasione: il gioco delle parti ora è completo.

 

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