Quello che più sconcerta è la comunicazione dei ragazzi, quando per caso o per colpa inciampano dentro la realtà vera o nella responsabilità di ciò che hanno fatto.
“Realtà” e “responsabilità”: due parole-chiave che ormai non hanno più alcun valore. Per tanti fattori che concorrono tristemente e tragicamente. Fattori privati e pubblici.
La realtà da tempo, è stata sostituita dalla rappresentazione, dalla narrazione, dalla condivisione via social (luogo parallelo, autocentrato, autoreferenziale, dove contano solo la pancia, la suggestione, l’emozione, l’esibizione del momento); e la responsabilità, grazie all’eterno, antipedagogico giustificazionismo di molti genitori e al paternalismo stucchevolmente comprensivo di troppi pedagoghi, esperti, docenti e magistrati, non esiste più.
Ciò che era prerogativa soltanto della “rete-sovrana”, si sta diffondendo ora a macchia d’olio: cioè, la totale scissione tra l’atto fisico e la consapevolezza dei suoi effetti.
Come dire, io sparo, mi piace l’adrenalina che scatta in me nel violare le regole, colpire un nemico o uno sconosciuto, mi sento un dio capace onnipotente come un sovrano, ma dentro una Play station globale, un video gioco; e se poi muore sul serio qualcuno, non ne avevo contezza.
Questo è l’elemento più grave, diventato la desolante spiegazione di quasi tutte le devianze giovanili.
E pure il recente caso di Milano dello scorso 4 gennaio, non si discosta da tali premesse, considerazioni e “regole”. Cosa ha detto agli inquirenti Alex Baiocco, il 24enne, già in carcere per aver teso di notte un cavo di acciaio ad altezza d’uomo in viale Toscana a Milano, mettendo in pericolo la vita di motociclisti e ciclisti? Durante l’interrogatorio ha chiesto “scusa per quello che ho fatto, ho sbagliato. Al momento non mi sono reso conto della gravità, ma non volevo uccidere nessuno”.
Tradotto, realtà percepita al minimo, bene e male relativizzati, inconsapevolezza degli effetti dell’atto.
Per non parlare che il giovane si è costituito col suo avvocato (guarda caso non con i genitori), solo quando ha saputo di essere stato identificato. Come si sarebbe comportato se non fosse stato individuato? Avrebbe beneficiato, come accade sovente, della coperta protettiva della famiglia (non a caso il familismo amorale è stato studiato proprio da noi)? Si sarebbe limitato a vantarsi con gli amici sui social, che tra l’altro stanno per raggiungerlo (uno sì, manca adesso l’ultimo). E ancora: cosa gli farà dire l’avvocato per addolcire una bravata che si sarebbe potuta trasformare in una mattanza per i poveri malcapitati in quella via? E’ stato calcolato infatti, che il cavo ad altezza d’uomo avrebbe potuto tagliare la testa di qualche malcapitato guidatore di scooter.
E i giudici che devono confermare il fermo? Altro tema oggetto di riflessione e specchio delle tendenze culturali attuali. La Procura di Milano inizialmente ha contestato i reati di strage, attentato alla sicurezza dei trasporti e blocco stradale. Ma il gip Domenico Santoro, con il provvedimento di convalida dell’arresto e di misura cautelare in carcere per Baiocco, ha ritenuto di accogliere l’accusa di blocco stradale. La stessa per cui ora è stato fermato il 18enne che secondo le ricostruzioni era insieme al Baiocco.
In sostanza, la reclusione per il blocco stradale va da uno a sei anni, mentre il reato di strage è molto più pesante. Capito? Sembra di assistere a un film noto.
Infine, il dato sociale e culturale non da poco. Non c’è panel televisivo o dichiarazione degli esperti di grido che non si soffermi sulla noia e sulla rabbia inespressa dei giovani, all’origine di sistematiche manifestazioni folli e irrazionali di violenza. Ci si confronta sul Covid, sulla mancanza di motivazioni alte, di lavoro, di futuro; in pochi affrontano il toro per le corna: l’aggressività, la trasgressione, l’energia dirompente e incontrollata sono una costante da quando esiste l’uomo; una caratteristica naturale e insopprimibile. Se, nel nome del paradiso ideologico sulla terra (il bene, il giusto) e del “regno di Apollo” (la ragione), imponiamo una società disinfettata, neutra, educata, asettica, morigerata, politicamente corretta, totalmente eterodiretta dal pensiero unico, dove ogni impulso e istinto vengono esecrati, compressi, e giudicati negativi, è del tutto evidente che “Dioniso” esploda nel modo sbagliato, nelle forme negative che vediamo.
Perché, al contrario, non recuperare il buon senso e comprendere che l’uomo è un ossimoro e che dipende unicamente dalla sua volontà cosa intende essere? Negli anni Settanta i giovani si scontravano per ragioni politiche e ideologiche. Era un modo per convogliare l’energia verso contenitori seri. Oggi non ci sono più agenzie di senso e principi per cui vivere e morire; c’è una totale disaffezione, ostilità, indifferenza verso tutto (politica, sindacato, partiti, istituzioni, famiglia, Chiesa, militare, associazionismo, volontariato), salvo pochissime e lodevolissime eccezioni. Come possiamo pretendere che i diretti interessati non pensino a scazzottarsi senza motivo con modalità nichilistiche?
Con una differenza non da poco: nell’Ottocento i sovrani assumevano la Corona a 18-20 anni regnando su milioni di sudditi; gli eroi del nostro Risorgimento sono morti a 20anni, costruendo con il loro sacrificio l’Italia; i volontari della prima e seconda guerra mondiale, si sono mobilitati a 16-18 anni. I nostri nonni hanno iniziato a lavorare a 20 anni e anche prima, investendo sul futuro e sulla famiglia. Della serie, “realtà” e “responsabilità”.
Oggi, fino a 35-40 anni stanno sul divano, col paparino magari “adultescente” e la mammina (con la sindrome della “Fata Turchina”), che dà loro la paghetta o lo Stato che ha regalato finora il reddito di cittadinanza, sfogandosi sui social, credendo che sia la vita autentica. E fuori della cuccia dorata c’è solo il gioco, il male, il nulla. Anche qui, salvo poche, lodevoli eccezioni.



