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Lega e FdI, sale la tensione: ecco i punti più caldi

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Lega e FdI: se non siamo alla resa dei conti, poco ci manca. I rapporti tra il partito di Giorgia Meloni e quello di Matteo Salvini stanno raggiungendo il punto più basso dalla nascita del governo in poi,  fino ai reciproci attacchi diretti di questi giorni  sul tema caldissimo dei trattori in rivolta.

Tutta colpa delle prossime elezioni europee e della relativa campagna elettorale che sta entrando nel vivo? Sì e no. Sì, perché Salvini si sente con l’acqua alla gola (se andasse sotto il 10%, nella Lega potrebbero fargli la festa). Di qui il suo spasmodico protagonismo e il tentativo di rosicchiare più consensi possibili all’alleata-rivale Meloni. No, perché la partita giocata dal segretario del Carroccio e dalla premier è anche strategica e riguarda i rapporti all’interno della maggioranza nel prosieguo della legislatura. Di questa doppia natura della competizione tra Lega e FdI ce ne possiamo facilmente rendere conto passando in rassegna i vari fronti caldi in cui si svolge la competizione tra le due formazioni.

Rivolta esclusivamente alle Europee è di sicuro la disputa che si è accesa intorno alla protesta dei trattori. Il Carroccio punta a raggranellare consensi tra gli agricoltori e a ridimensionare la portata politico-elettorale del patto di ferro tra FdI e Coldiretti. Il capogruppo leghista alla Camera, Riccardo Molinari, è partito all’attacco di Francesco Lollobrigida per lo stop all’esenzione dell’Irpef agli agricoltori decisa dall’esecutivo e inserita nella Legge di bilancio. «È stato un errore del governo», ha tuonato l’esponente della Lega, salviniano di ferro. «Quella norma l’ha fatta il Mef, dove il ministro è della Lega», gli ha risposto prontamente il ministro, che poi ha aggiunto: «I soldi non si stampano col monopoly». Lollobrigida ha inteso ricordare a Molinari che non si può giocare con i conti pubblici, visto che l’Italia è sotto i riflettori dei mercati e della Commissione di Bruxelles. Per accontentare la Lega, bisognerebbe tagliare da qualche altra parte, magari riducendo gli sgravi fiscali per i redditi più bassi. Ma per la Meloni sarebbe eresia pura .

Allo scopo di attenuare la tensione,  la premier si è detta disponibile, nel pomeriggio di ieri, a concedere l’esenzione Irpef ai redditi sotto i diecimila euro. Ma questa proposta non può accontentare né Salvini né i suoi, visto che avevano chiesto la proroga dell’esenzione, a beneficio di tutti, per il 2024. Tant’è che nella serata di ieri è arrivata la glaciale risposta di Matteo: «Si può fare di più». Certo è che l’attuale postura della Lega, non solo sul tema agricoltori, è più da partito di opposizione che di governo.

Dove invece la contesa ha un chiaro significato strategico è nel confronto sul premierato. La discussione si è impantanata sul punto del “secondo premier”, quello che dovrebbe subentrare al presidente del Consiglio eletto direttamente dal popolo nel caso di impedimento o dimissioni di questi. FdI è favorevole a limitare al massimo una simile possibilità. La proposta avanzata in tal senso del partito della Meloni ha suscitato un gelido silenzio da parte della Lega, che teme di essere ridimensionata politicamente da un premier troppo forte. Ma questo la dice lunga anche sul corto respiro della strategia salviniana: le riforme costituzionali non si fanno su misura dei partiti e delle loro esigenze, ma guardando lontano, al futuro del sistema politico. Evidentemente agisce nel leader del Carroccio e nella cerchia dei suoi fedelissimi l’idea che certe scelte si prendono sulla base della convenienza politica e non dell’interesse nazionale.

A una chiara logica di potere risponde poi il tentativo leghista di “arruolare” l’amministratore delegato della Rai, Roberto Sergio, a danno del direttore generale, Giampaolo Rossi, uomo dal coerente percorso di destra e storico amico della Meloni. L’offensiva leghista al momento non sembra sortire effetti perché il dg meloniano è solidamente piazzato dentro il palazzo di viale Mazzini e perché, nella politica Rai, FdI s’è coperto anche a sinistra, intrattenendo buoni rapporti con il M5S in azienda e in Vigilanza.

Ciliegina sulla torta è la controffensiva della Meloni a Strasburgo: Giorgia ha aperto le porte dei conservatori europei alla formazione di Eric Zemmour, fiero rivale di Marine Le Pen, alleata a sua volta di Salvini. La porta chiusa alla leader del Rassemblement National è un ulteriore colpo al progetto salviniano di un “fronte sovranista” dentro il Parlamento europeo.

È difficile al dunque che il braccio di ferro tra FdI e Lega possa finire con le elezioni di giugno. I risultati dell’urna serviranno solo a fare il punto della situazione e a stabilire chi ha vinto e chi ha perso alla fine di questa lunghissima campagna elettorale.  Certo è che a rischiare di più è Salvini. Se il risultato fosse deludente, sarebbero in molti a chiedersi che senso avrebbe continuare con il Carroccio come forza di lotta e di governo. Alla Lega si porrebbe il problema di ridefinire la sua linea e la sua posizione dentro la politica italiana. E per un Matteo leader potrebbe non esserci più posto.

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