Protesta dei trattori: perché Meloni è riuscita a domarla

mercoledì, 14 Febbraio 2024
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Roma la rivolta dei trattori non c’è stata. Niente roghi di pneumatici, battaglie urbane e statue abbattute. La furia degli agricoltori che dieci giorni fa ha messo a ferro e fuoco Bruxelles non si è vista neanche lontanamente. Tutti contenti, ci mancherebbe, ma viene da domandarsi per quale motivo la protesta si sia spenta così facilmente, dato che gli agricoltori italiani almeno altrettanti motivi di lamentarsi dei loro colleghi europei.

La risposta sta nell’enorme attenzione che il governo ha dedicato a chi ha animato la protesta, facendo qualcosa di più che ricevere la solita delegazione ha Palazzo Chigi congedando poi il gruppo con promesse che il più delle volte non vengono mantenute. Giorgia Meloni ha capito che occorrevano risposte concrete immediate e le ha concesse: esenzione per i redditi fino a 10mila euro e riduzione del 50% dell’importo da pagare per quelli fino a 15mila. Questo solo per i piccoli imprenditori, quelli che vengono individuati come coltivatori diretti in forma individuale o in società semplice.

In questo modo la maggioranza ha smorzato sul nascere la protesta, isolando i manifestanti più incendiari che hanno trovato difficilissimo continuare con lo scontro dopo essere stati soddisfatti in alcune delle loro richieste tanto velocemente. La Meloni ha avuto il merito di intestarsi la vittoria, perché la misura è stata gestita dal ministro Lollobrigida, togliendo a Salvini ogni paternità sulla misura e impedendogli di sfruttare la vicinanza immediatamente dimostrata agli agricoltori in vista delle elezioni europee.

Ovviamente c’è un rovescio della medaglia in questa operazione. Non si sa ancora quale impatto avrà la misura sui conti pubblici e chi dovrà saldarne il conto (ovvero se qualche categoria di cittadini si ritroverà con qualche aumento di tasse o incentivo in meno). Inoltre questa operazione conferma sempre di più che questo governo è vicinissimo ai piccoli e piccolissimi imprenditori radicati in attività tradizionali, ma incapace di rispondere alle istanze di chi fa impresa nei settori innovativi.

Come ha scritto di recente l’autorevole quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung quello della Meloni rischia di essere un “viaggio nel passato”, alla ricerca di un’Italia che non c’è più o comunque non ha alcuna speranza di sopravvivere, dal punto di vista economico, nello spietato mondo globalizzato di oggi. secondo il giornale la ricerca di consensi sarebbe l’unica bussola della politica di questo governo, che starebbe facendo di tutto per evitare scelte impopolari che possano indebolirlo alle urne. La pochezza dei partiti della minoranza parlamentare dovrebbe far dormire sonni tranquilli alla Meloni, ma la premier soffre l’opposizione ben più incisiva dell’alleato Salvini ed è quindi costretta a una politica di concessioni per non perdere voti in vista delle Europee, dove tra l’altro FdI e Lega si presentano in gruppi parlamentari distinti.

Non a caso le parole con le quali la premier ha salutato l’accordo con gli agricoltori sapevano proprio di manifesto elettorale: prima ha lanciato una vaga accusa ai poteri di Bruxelles: «Se qualcuno ha pensato di salvare l’ambiente contro gli agricoltori, semplicemente non sa di cosa parla. In tutto questo hanno impattato una serie di follie di quella che chiamavano transizione ecologica ma in realtà era una transizione ideologica». E poi ha lanciato il chiaro messaggio elettorale: “Per modificare questo le prossime Europee fanno la differenza, ed è quello che contiamo di fare».

Insomma, benissimo che la Meloni si preoccupi dei piccoli agricoltori, ma servirebbe una regia almeno altrettanto attenta per decidere sui dossier che davvero contano, come quello della rete di Tim, il destino dell’acciaieria di Taranto, l’aumento della spesa per la ricerca, oggi ridotto a un misero 1% del Pil a fronte di un media europea di oltre il 2%.

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