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Congresso romano Fdi. Da Fratelli-coltelli a Fratelli-colombe. Il prezzo dell’accordo

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Dopo la patina ufficiale, i saluti, i convenevoli istituzionali, la presenza del sindaco di Roma, il dem Roberto Gualtieri, del governatore del Lazio Francesco Rocca, del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e dei ras regionali e nazionali del partito (Giovanni Donzelli, Arianna Meloni, il questore della Camera Paolo Trancassini), il congresso romano di Fdi si è concluso con la “vittoria” delle colombe sui falchi.

A parole tutti contenti del passo indietro fatto da Massimo Milani, ossia, il ritiro della sua candidatura, definito “gesto di generosità” (in realtà chiesto da Fabio Rampelli), che ha consegnato la segreteria a Marco Perissa; gesto subito premiato da Donzelli, responsabile dell’organizzazione nazionale, al punto che Milani diventerà suo vice. Nella sostanza, si è evitata una guerra fratricida, evitando uno scontro che, come noto, viene da lontano e che ha a che fare con la smembratura progressiva di quello che un tempo fu il “mastice-Colle Oppio”. Ossia, i “gabbiani”, i quali hanno costituito la prima “universitas” vincente di destra, all’inizio dentro An, poi dentro il Pdl, infine, in Fdi.

Mastice-Colle Oppio che ha a Roma e provincia in Fabio Rampelli il dominus incontrastato, sia a livello di consenso, sia a livello di numeri. Col tempo, è noto, la “generazione Atreju” (Donzelli, Del Mastro etc), ha cominciato a scalare posizioni nazionali e locali, e adesso le due componenti se la battono ad armi pari, con la Meloni nella faticosa opera di continua mediazione, almeno nel centro-Italia.
Era logico infatti, che al congresso provinciale questi nodi sarebbero venuti al pettine e sarebbe stata l’occasione per una conta all’ultima tessera: due candidati, espressione delle due componenti, Massimo Milani, figura spinta dai rampelliani, e Marco Perissa, vicino al ministro Lollobrigida.
A dividerli non solo una questione di egemonia interna, ma una diversa concezione strategica del partito. I rampelliani sono per un soggetto più identitario, i meloniani per un conservatorismo che cammina verso il centro, aggregando le aree esterne (i moderati, i cattolici, i civici), riproducendo, in modo ovviamente attualizzato, lo schema che fu di Alleanza nazionale.

Era evidente la conclusione salomonica. A pochi mesi da nuove consultazioni e dalle europee, il partito di governo non poteva e non può permettersi di dare prova di divisione e di cattiva immagine. Alla fine, quindi, ha prevalso il buon senso e il futuro, suggellato da una frase indicativa e suggestiva di Rampelli: “Siamo nati dal ventre della stessa madre”. C’è da capire, però, sostengono gli addetti ai lavori, cosa sia riuscito ad ottenere ora, dopo mesi di mal di pancia (dalla formazione del nuovo governo ha incassato solo un incarico istituzionale, la vice-presidenza della Camera). Pare che in ballo ci siano le municipalizzate regionali, con un ruolo maggiore per l’assessore Ghera, suo fedele luogotenente.

E certamente il congresso provinciale non poteva finire a “stracci volanti”, come la precedente vicenda, legata sempre a Massimo Milani, sollevato alla vigilia dello scorso voto regionale dall’incarico di coordinatore romano, proprio dalla Meloni per aver utilizzato gli schedari del partito invitando iscritti e militanti a una manifestazione elettorale che poi si sarebbe rivelata, secondo l’accusa, in una prova di forza “rampelliana” sul territorio.

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