Ambiente. Il parlamento francese contro l’inquinamento prodotto dall’industria tessile  

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Moda

Con un voto all’unanimità, l‘Assemblea nazionale francese ha dato un primo via libera a un disegno di legge che regolamenta il fast-fashion, la moda a basso costo proveniente soprattutto dal mercato cinese.

Il provvedimento mira soprattutto a ridurre l’impatto ambientale dell’industria tessile, responsabile del 10% delle emissioni di gas serra, un settore quindi molto inquinante, secondo solo a quello degli allevamenti intensivi.

La Francia diventa cosi’ “il primo Paese al mondo a legiferare per limitare gli eccessi della moda ultraveloce”, ha dichiarato il ministro per la Transizione Ecologica, Christophe Bechu.

Il disegno di legge presentato da Anne-Cécile Violland, deputata dell’Alta Savoia e membro del gruppo “Horizons”, partito di maggioranza alleato a “Renaissance”, la formazione del presidente Emmanuel Macron, comprende tre articoli. 

Il primo prevede che tutti gli e-commerce accanto al prezzo di vendita di un prodotto, inseriscano dei messaggi che incoraggino al riuso e alla riparazione e diano informazioni sull’impatto ambientale.

Con il secondo, viene introdotta una “ecotassa” , una sanzione sui capi prodotti dai grandi colossi di fast-fashion, che non rispettano le politiche climatiche e i diritti dei lavoratori. Questa tassa comporterà un sovrapprezzo iniziale di 5 euro per ogni prodotto importato in Francia, che verrà aumentato a 10 euro entro il 2030. I proventi saranno destinati a realtà locali che producono abiti in maniera sostenibile.

Infine, un articolo vieta la pubblicità che incoraggia all’acquisto di abiti e accessori prodotti da marchi low cost.
Questa limitazione però potrebbe rappresentare un problema.I gruppi cinesi sono stati nel 2023 tra i principali inserzionisti in Francia sul digitale. Mentre la comunicazione delle aziende sulla transizione ecologica ha fatto un passo indietro a causa dell’inflazione.

La legge definisce cos’è il fast fashion: scelta infinita e prezzi bassi.

I colossi della moda ultra-economica e usa e getta arrivano a produrre in media anche 8000 modelli al giorno di capi di abbigliamento. Sono indumenti molto popolari tra gli acquirenti della generazione Z, una clientela quindi giovane e molto presente sui social network.

La filosofia di vendita di queste catene si basa sul rinnovo rapido delle collezioni,   su una rete logistica particolarmente efficiente e su un grande supporto di marketing.

Il successo in parte è dovuto anche all’inflazione che ha messo a dura prova il potere d’acquisto dei consumatori, ma allo stesso tempo i prezzi bassissimi dei prodotti favoriscono l’iperconsumo. In vent’anni il prezzo medio dei vestiti è diminuito del 30% e le quantità acquistate sono raddoppiate.

Inoltre la Cina, paese dal quale provengono la maggior parte dei vestiti che troviamo online o nei negozi delle nostre città, dispone di una vasta industria tessile a basso costo che agevola tutte le varie fasi della produzione.

Ma questo modello economico è fortemente criticato in Occidente.

Molti marchi, alcuni anche molto noti, sono accusati di sfruttare gli operai con paghe da fame, ritmi di lavoro folli in laboratori con condizioni di lavoro pessime.

Il governo francese lancerà, probabilmente nel primo trimestre del 2025, l’etichettatura ambientale.

Dopo il cibo, anche l’abbigliamento avrà il suo “ecoscore”. È chiamato “Ecobalyse” e consente di comprendere e calcolare il costo ambientale dei prodotti distribuiti in Francia. Questo strumento sviluppato in collaborazione con l’Ademe, Agenzia per la transizione ecologica, “consentirà – precisa il Governo in un comunicato – ad aziende e professionisti del settore di ottenere in modo semplice e gratuito il costo ambientale del proprio prodotto, ma anche ai cittadini di consultare gli impatti ambientali dei capi di abbigliamento che acquistano”.

Tra i fattori presi in considerazione dall’etichettatura ambientale: l’uso di pesticidi e sostanze chimiche, il consumo di acqua, la durabilità fisica dei tessili e i rilasci di microplastica.

In Francia sono stati 3,3 miliardi i capi di abbigliamento, scarpe e biancheria per la casa, immessi sul mercato nel 2022, rispetto ai 2,8 del 2021.

Con questa legge la Francia corre anche in difesa della produzione nazionale.
Anche se il Paese è leader nel settore del lusso e non ha importanti catene di abbigliamento low cost, alcuni marchi più economici hanno dichiarato fallimento, schiacciati da grandi multinazionali.
In circa dieci anni, sono stati persi nel settore della moda 37.000 posti di lavoro.

E’ un disegno di legge unico nel suo genere in Francia e potrebbe rappresentare una vera e propria rivoluzione.

di Sofia Barilari

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