Chi vince e chi perde in Parlamento con l’Autonomia leghista

martedì, 30 Aprile 2024
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La legge sull’Autonomia differenziata è quasi realtà. Ad appena un anno e mezzo dalla nascita del governo Meloni l’esecutivo sta per realizzare una riforma di grande importanza, destinata a cambiare per i prossimi decenni i destini dell’Italia. Un processo di approvazione raggiunto a tappe forzate e secondo le opposizioni grazie a una forzatura. Durante le votazioni in Commissione Affari Costituzionali l’esito di un emendamento presentato dai Cinque Stelle – approvato con 10 voti a favore e 7 contrari grazie a numerose defezioni nella maggioranza – non è stato proclamato dal presidente, che ha rimandato il volo a due giorni dopo quando gli assenti erano ovviamente tornati sui loro banchi.

Il deputato grillino Alfonso Colucci, capogruppo in commissione Affari Costituzionali, è durissimo: “La maggioranza ha fatto ripetere la votazione 48 ore dopo per cancellare quella modifica del testo, calpestando così il Regolamento della Camera che consente la ripetizione solo in caso di irregolarità, nell’immediato e con lo stesso collegio presente al momento della prima votazione. Non è stato rispettato nessuno dei tre presupposti”.

Il suo capo politico Antonio Conte si è invece concentrato sul merito della riforma: “Con l’Autonomia questo governo spacca il Paese e condanna le aree più depresse a maggiori tagli per quanto riguarda ospedali e servizi – ha accusato -. Giorgia Meloni sta svendendo l’unità del Paese per i voti sul premierato, per i pieni poteri sperando nel premierato. Quindi da patriota a secessionista. La fermeremo e la combatteremo in ogni modo”.

Dichiarazioni battagliere anche da Alleanza Verdi e Sinistra, che tramite il suo deputato Filiberto Zaratti ha accusato il governo di voler instaurare “un modello catalano per la nostra Repubblica, un modello di indipendenza di fatto delle singole Regioni, state distruggendo l’unità del nostro Paese e, soprattutto, l’unità dei diritti dei cittadini e delle cittadine, perché l’unità del Paese è l’unità dei diritti del cittadino che sta a Reggio Calabria con il cittadino che sta a Milano”.

Sono stati più misurati i toni del Pd, che d’altra parte ha come numero due Bonaccini, presidente di quell’Emilia-Romagna che nel 2019 si era accodata ai governatori di Lombardia e Veneto – entrambi leghisti – avanzando una richiesta di autonomia regionale differenziata. È vero che Bonaccini ha cambiato toni da quando è diventato il vice della Schlein all’interno del Pd, ma molti dubitano nella sincerità delle sue recenti preoccupazioni per il benessere delle popolazioni del Sud.

Non a caso il governatore della Campania Vincenzo De Luca se l’è presa con i “disertori” che in questi anni non avrebbero fatto nulla per bloccare il progetto, senza citare i suoi compagni di partire ma lasciando intendere che il sostegno alla lotta contro la legge è mancato proprio tra le fila dell’opposizione. “E la cosa drammatica – ha chiosato – è che non tutti nel Sud hanno capito che se non combattiamo il Sud è morto”.

Chi non si fa sentire è la Meloni, che nel fare questo mega regalo a Salvini potrebbe aver sbagliato i conti: è probabile che sarà infatti la Lega a intascare il dividendo della riforma al momento di contarsi alle urne per le prossime elezioni europee, e non è affatto detto che la Lega ricambi la gentilezza dell’inquilina di Palazzo Chigi accelerando l’iter per la riforma del premierato, vero obiettivo di legislatura di Giorgia.

Una cosa va detta: con questa votazione FdI dimostra di essere sinceramente antifascista. Una riforma che riduce così tanto i poteri centrali dello Stato è quanto di più lontano possa essere concepito dalla mentalità del fascismo, che per vent’anni fece di tutto per creare uno stato accentratore e governato direttamente da Roma. Questa riforma è semmai una grande vittoria postuma di Bossi, il coronamento delle battaglie portate avanti negli ultimi 35 anni per staccare i destini delle regioni del Nord da quelle del Sud.

E a questo proposito va detto che questa è una vittoria pure di Salvini, tanto bistrattato dai dirigenti storici ma indiscutibile kingmaker di questa riforma. Se non fosse riuscito a far sopravvivere il partito dopo lo scandalo che costrinse Bossi alle dimissioni da segretario (per presunta distrazione di fondi dalle casse del partito a quelle della famiglia), riuscendo persino a prendere un bel po’ di voti al Sud, non si sarebbe mai arrivati alla riforma che di fatto rende il Meridione un pezzo d’Italia al quale non si avrà accesso neanche ai diritti essenziali.

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