Giustizia, si riaccende la polemica. L’annuncio che il governo presenterà presto (prima delle Europee) un Ddl costituzionale sulla separazione delle carriere ha incontrato l’immediato fuoco di sbarramento della sinistra e di parte della magistratura.
Gli argomenti contro l’esecutivo sono i soliti: il centrodestra si appresterebbe a minare l’indipendenza di giudici e pm. Secondo Giuseppe Santalucia, presidente dell’Anm, «si rischia di affondare un sistema che ha permesso di combattere la mafia e debellare il terrorismo». Per il leader pentastellato Giuseppe Conte il governo punterebbe a mettere la «mordacchia» alla magistratura. Deborah Serracchiani, responsabile giustizia del Pd, attacca l’intero progetto riformatore del governo. «La maggioranza per stare insieme fa il gioco delle tre carte con le riforme e stravolge l’impianto costituzionale».
Catastrofismi a parte, siamo a un classico dello scontro tra centrodestra e centrosinistra da almeno trent’anni, esattamente da quando il “Corriere della Sera” annunciò che Silvio Berlusconi era indagato dalla Procura di Milano proprio mentre presiedeva un vertice internazionale sulla lotta alla criminalità al tempo del suo primo governo. Era il luglio del 1994 e il Cavaliere finì alla berlina davanti all’opinione pubblica internazionale. Da allora ad oggi è stato un braccio di ferro continuo tra centrodestra e “toghe rosse”, con il leader di Forza Italia più volte indagato e finito sotto processo. Ma a una riforma della giustizia non siamo mai arrivati.
Riusciranno i nostri eroi (in particolare il ministro Carlo Nordio e la premier Giorgia Meloni) a portare a termine quello che non riuscì a Berlusconi e al Polo della Libertà che fu?
Prima di affrontare questa domanda è bene capire di cosa esattamente stiamo parlando. Il Ddl proposto da Nordio prevede, come punto qualificante, la separazione delle carriere tra magistratura inquirente (i pm che avviano e conducono le indagini) e magistratura giudicante (i giudici che presiedono i processi e decidono attraverso sentenze). Ne consegue che ci saranno concorsi diversi per gli aspiranti procuratori, da una parte, e per gli aspiranti giudici, dall’altra. Corollario inevitabile è che sono previsti anche due Csm.
La riforma della giustizia targata Nordio/Meloni prevede anche l’istituzione di un’Alta Corte per giudicare i magistrati sotto il profilo disciplinare nonché un sorteggio per la nomina dei membri togati del (o dei) Csm, sottraendo tale facoltà all’Anm in base al gioco delle correnti che la compongono.
Insomma, ce n’è quanto basta per scalfire il potere giudiziario, soprattutto riguardo alla sua capacità di condizionamento della politica. È sufficiente solo questo a far immaginare una potente controffensiva da parte della magistratura e dell’opposizione di sinistra. Tant’è che -a quanto si mormora nei palazzi della politica – pare che sia stata la stessa Meloni a evitare di portare fino in fondo lo scontro, sconsigliando Nordio di introdurre nel Ddl anche la revisione del principio dell’obbligatorietà dell’azione penale.
Al dunque c’è chi ritiene che il governo non avrà la forza di portare a termine la riforma visto l’effetto dirompente che questa avrebbe all’interno del tradizionale assento di potere in Italia. Tra gli scettici c’è anche Matteo Renzi, che pure si è dichiarato disposto di votare a favore del progetto Nordio. Per i critici del governo si tratterebbe solo di un espediente propagandistico in vista delle elezioni europee.
Che il governo abbia scelto questo periodo per annunciare il Ddl fa chiaramente pensare a una mossa di tipo preelettorale. Sbaglia però chi ritiene che tutto si fermerà lì e che la riforma della giustizia andrà alle calende greche. Ormai stiamo entrando nel cuore della legislatura: è passato un anno e mezzo dall’insediamento del governo Meloni e la maggioranza non può più vivere solo di annunci. La credibilità del centrodestra in vista delle elezioni politiche del 2027 si giocherà sulla realizzazione delle tre grandi riforme che rappresentano la sostanza del suo programma: riforma fiscale, riforma del premierato e, appunto, riforma della giustizia. Ci sarebbe anche l’Autonomia differenziata, ma tutto dipenderà dalla sorte politica di Salvini dopo le Europee.
Giorgia Meloni non può presentarsi a mani vuote agli elettori nel chiedere la riconferma a Palazzo Chigi. Fondamentali diventeranno premierato e giustizia, visto che sul fisco non si potrà agire più di tanto a causa dei pesanti vincoli di bilancio che gravano sull’Italia.
Dopo le elezioni europee si comincerà insomma a fare sul serio e non è difficile prevedere una stagione di grandi battaglie politiche. Ma sarà proprio allora che si “parrà la nobilitate” di Giorgia e del centrodestra di governo.



