Recensione. “Vivo e invisibile”: il percorso e il messaggio esoterico di Camilletti

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La grandezza e la fragilità insieme, l’esserci e il non esserci, il desiderio di imprimere un segno nella nostra esistenza da lasciare agli altri (gli altri chi?), e di evaporare allo tempo stesso.

Pessoa, dopo la delusione di un percorso superomistico, il lutto di un figlio senza padre, come noto, si è rifugiato negli eteronimi, nelle vite monadi-parallele, nel distacco, nel disincanto, nella frammentazione di sé.Nella consapevolezza della caducità delle illusioni terrene e nell’estasi dell’attesa della loro inesorabile fine; nel mero pregustare qualcosa che non arriva mai. L’eternità, la morte, la fine di tutto.

Alessandro Camilletti, nel suo poema poetico “Vivo e invisibile”, popolato di schegge e di perle, ci offre un’altra dimensione. Una difficile e metafisica unità da raggiungere “in salita”. Con una domanda senza risposta: è una via d’uscita o una via di fuga?
Tradotto: si può essere vivi e anche invisibili (guarda caso, il titolo della raccolta)?

E’ l’elogio dell’indeterminatezza, dell’atarassia, oppure un modo alternativo di volare alto e di assaporarne la profondità, l’essenza suprema del senso percepito malgrado l’imbarbarimento e la progressiva regressione dell’umanità, ridotta a gregge senza valori e senza anima?

Capire dove stiamo andando, cogliere il nesso della decadenza struggente dell’uomo moderno.

Camilletti ci prova non sfuggendo al “maledetto” dubbio amletico, prerogativa di ogni combattente di penna e di spada. Pur consapevole del vulnus di ogni epoca, ossia l’incomunicabilità, indica una strada. Basta saperla individuare e comprendere.
“Senza ornamento”, la prospetta e descrive “mirando all’essenziale”, come suggerisce il prefatore Giampiero Neri.

E l’autore? Ci fa incamminare e “nuotare” in un vero e proprio percorso esoterico. “Gli infiniti punti di una circonferenza equivalgono ai traguardi della vita. Infiniti punti e traguardi che nascondono infinite ripartenze”. Ossia, l’eterno ritorno, la visione ciclica appena accennata e sfiorata, che nasce dall’esperienza, non dall’ideologia, il male del nostro secolo.

E ancora: per salire, ascendere al Cielo, “noi che siamo in esilio dal tempo”, cosa dobbiamo fare?

Occorre oltrepassare il quotidiano, senza fuggire, ma sublimarlo, abbattendo “le giornate fotocopia, rilevate da un cartellino”, incubo e condanna umana. Ognuno di noi, infatti, ha come spettro giornate fotocopia e cartellini da bruciare. Ma i cartellini e le fotocopie non sono unicamente le nostre prigioni lavorative, limite che accomuna ogni persona, ma le prigioni esistenziali, gli schemi culturali, i pregiudizi, i dogmi che ci sono stati trasmessi.

Un percorso facile? Niente affatto.

Camilletti ci avverte: “La vita ci illude, ci irride e seduce, e a volte ci mostra, nel chiarore di una penna, l’eterno conflitto dell’invisibile in cui l’uomo si smarrisce”.

Certo, l’invisibile se ci può far salire, oltrepassare il varco spirituale del bene e del male, regalandoci una bussola superiore, può farci male. Come Nietzsche che impazzisce per troppa sensibilità, o come Icaro che brucia le sue ali, troppo vicine al sole.

Una lotta impari, destinata alla sconfitta?

In qualsiasi caso, bisogna resistere e insistere: pure a costo di “passare al bosco”, la scelta di Junger, il ribelle, scappando dalle “Scogliere di marmo”, l’isola felice e perfetta conquistata dal Forestaro. Resistere e insistere, perdendosi e ritrovandosi, “fuggendo dall’abitato restando appunto, vivo e invisibile, riluttante alle tradizioni (morte, se meccanicamente rituali) e ai mucchi sparsi di pedoni, pedine votate al massacro, odiando i loro costumi, il calco vuoto che chiamano moda, le vetrine della banalità in cui si specchiano per riconoscersi. Tanto non li sopporto che neppure li maledico”.

Quanta postura aristocratica e piena, densa di passione e dolore. Un incontro tra l’infinito presente e l’evaporazione di sé. Un incontro tra Schopenhauer e D’Annunzio.

Una strada quella di Camilletti destinata a sbattere comunque nell’incomunicabilità, visto che nemmeno il ricorso all’amore può rafforzare l’uomo, “quando nella coppia si possono condividere le radici ma non i frutti”.

E allora? Sia all’inizio che alla fine del nostro viaggio terreno ci deve essere la consapevolezza che “unica è la nostra vita, non bisogna confonderla con le altre, evitando assembramenti (inutili relazioni), i covi dell’impostura (gli schemi imposti dalla società), non seguendo e non creando seguaci”.

“Guai all’uomo che confida nell’altro uomo”, dice il Vangelo: è l’errore di ogni epoca, l’inchino passivo a ogni dittatura, che prima illude, poi delude e uccide.

Nella tragica e sublime coscienza di sé, sta la grandezza di Camilletti. Una cura e un messaggio, per chi riesce a farlo proprio.

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