Lo scontro sulle cifre reali dello sciopero dei giornalisti Rai di martedì scorso vuol dire tre cose: il riequilibrio della destra è cominciato a livello di numeri, lo strapotere mediatico della sinistra vacilla e l’antifascismo strumentale ha stancato, se non addirittura è diventato controproducente.
E qui non si tratta di difendere una gestione sbagliata del “caso-Scurati”.
L’ho scritto già in un mio precedente articolo: se i dirigenti in questione, anziché comportarsi come realisti più del re o come commissari politici del nuovo corso, avessero affiancato allo scontato sermone dello scrittore (di fatto, una critica ideologica alla Meloni), un’analisi speculare di uno studioso di diverse opinioni, la cosa sarebbe rientrata, con buona pace della Bortone, che data l’audience mediocre non aspettava altro. Invece, come per Vannacci, la canizza “anti-discriminazione” e le “prove tecniche di regime”, sono servite solo a potenziarne, gonfiarne l’immagine, facendogli fare la parte della vittima.
Il tema è il solito clima da “processo di Norimberga” delle parole, degli aggettivi usati, delle dichiarazioni, delle intenzioni, che parte scientificamente e ripetutamente, ogni volta che al governo va la destra.
Una orchestra ossessiva e ripetitiva che impone un’atmosfera irrespirabile che se va bene, mette gli esponenti non graditi al pensiero unico nella condizione di difendersi, giustificarsi, battere in ritirata, bloccandosi e paralizzandosi per le occasioni successive.
Da decenni e decenni, il servizio pubblico è stato totalmente parcellizzato e balcanizzato. Ma l’egemonia della sinistra non si è espressa solo nelle lottizzazioni ereditate dalla prima Repubblica, che contemplavano canali ripartiti equamente tra democristiani, socialisti e comunisti.
L’egemonia di cui parlo è stata ed è, molto più sofisticata: si è tradotta in un lavaggio del cervello continuo, concentrato sulle parole, sulla neo-lingua liberal, radical, laicista, sui titoli dei servizi, le chiavi di lettura delle inchieste, le domande delle interviste, gli scenari riprodotti, i teoremi giornalistici, gli stessi programmi di intrattenimento.
Certe volte, infatti, è molto più efficace la satira, l’ironia per far passare messaggi di massa, rispetto alla evidenza di commenti che restano prerogativa di fasce ristrette.
L’incapacità oggi da parte del Pd, dei grillini e della sinistra tosta, sia politica, che intellettuale, di riconoscere e accettare non solo il riequilibrio della destra nel servizio pubblico, ma che anche in passato c’è stato il monopolio progressista, è perché i vari protagonisti dell’etere e della carta stampata a senso unico, ritenevano, come ritengono ancora, che fossero e sono figli di una superiorità etica, morale e razziale.
Quante volte abbiamo dovuto subire frasi diventati luoghi comuni che a destra non c’è cultura, non ci sono uomini preparati?
E quante volte chi non si è riconosciuto nel mainstream ha dovuto silenziarsi, ammorbidire le proprie idee, in molti casi rinnegarle, pena il blocco o la fine della carriera?
E’ la storia dei nostri media fin dagli anni Settanta.
Ma adesso, il flop dello sciopero Rai indetto dal sindacato Usigrai, dimostra un’inversione di tendenza.
Due tg sono andati in onda ugualmente, affermando per la prima volta non solo il diritto allo sciopero, ma pure il diritto a non scioperare. Non era accettabile l’associazione meccanica tra il caso Scurati e l’arrivo del regime autoritario in coincidenza con le scelte del governo Meloni.
E’ il solito trucco: quando c’è aria di spoil system, la suprema forma di alternanza democratica, la sinistra grida preventivamente all’epurazione. Per poi scegliere approdi economicamente più remunerativi (la sindrome Canale 9).
Dov’erano questi soloni della democrazia quando veniva imposto il silenzio fisico a chi contestava il green-pass o il regime-Covid, che comprimevano sul serio le garanzie costituzionali e i diritti?
Tornando ai numeri, ridicola la risposta dell’Usigrai circa il 56% di adesioni allo sciopero (mentre il sindacato ha parlato del 75%). Si è difeso con il conteggio delle malattie e dei permessi. Ma perfino i muri sanno che molto spesso i giornalisti che non accettano i diktat dall’alto, ricorrono a questi trucchetti strategici. Per salvare italianamente capra e cavoli. Ma comunque è un primo segno di chiara disaffezione.



