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Par condicio, ovvero l’Italietta che si affida ai cavilli

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La par condicio non è solo una legge ma il tratto antropologico di una certa Italia (anzi Italietta) che non ce la fa a reggere il confronto con chi è più grande e che quindi si affida ai cavilli per non soccombere. La qualcosa, per il mediocre, non significa vincere, ma impattare la partita, paralizzare l’eccellente, impedirgli di muoversi, come fanno i lillipuziani con Gulliver. E come fa un certo tipo italiano, furbetto quanto protervo, con chi può batterlo.  

I lacci della par condicio hanno impedito al popolo elettore di assistere al confronto televisivo tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein. Non che sarebbe stato un evento decisivo e necessario, una roba epocale, per intenderci. Ma non appare giusto che la leader del primo partito della maggioranza non possa duellare in tv con la leader del primo partito di opposizione, come invece sarebbe fisiologico in una democrazia come quella nostrana, un po’ sgangherata e un po’ bizantina quanto volete, ma pur sempre una democrazia e, come tale, bisognosa di sprint in una fase fiacca (e un tantino pericolosa) come questa, circostanza peraltro comune a tutte le democrazie europee.

Invece non si può. I cavillosi hanno detto di no. L’Agcom, con un capolavoro di pilatismo, ha affidato il verdetto alle liste rappresentate in Parlamento, con il risultato che non s’è raggiunta la maggioranza necessaria per autorizzare la disfida tra la presidente del Consiglio e la segretaria del Pd.

Al che viene da chiedersi: se l’Agcom è un’Autorità (sulle comunicazioni) perché ha affidato la decisione ad altri? Che autorità è mai quella che decide di non decidere? Siamo alle solite di un’Italia piccola piccola che non vuole assumersi alcuna responsabilità, che non vuole “metterci la faccia”, come ama dire la Meloni. Un’Italia anche un po’ pusillanime, come il manzoniano Don Abbondio, che si sente vaso di terracotta tra vasi di ferro. Pusillanime e soprattutto ipocrita, nel senso che invoca le famose “regole” per giustificare la propria condotta furbesca.

E già, l’ipocrisia. Non per niente il termine par condicio fu coniato da Oscar Luigi Scalfaro, il sommo campione del tartufismo nazionale. All’epoca – parliamo di quasi trent’anni fa – par condicio era un’arma puntata contro Silvio Berlusconi. Oggi l’antiberlusconismo appartiene al passato, ma la pulsione a “rimpicciolire” chi è più grande è rimasta. E stupisce un po’ che anche Antonio Tajani abbia ceduto alla tentazione del cavillo, proprio lui che, della politica del Cavaliere, è il continuatore. Non stupisce invece che la par condicio sia stata rilanciata alla grande da Giuseppe Conte. Lui, l’”avvocato del popolo”, si è affidato all’arte di Azzeccagarbugli per limitare la crescita della sua alleata-rivale Elly Schlein: mai e poi mai – così avrà ragionato- deve accadere che il primato dell’opposizione sia assegnato alla leader del Pd. E, se non può essere lui, Giuseppe, il primo del centrosinistra, allora non ci deve essere nessun primo, ma tutti “secondi”.  Così ragiona un lillipuziano che si crede un gigante.

Ora non sappiamo come andrà a finire. Bruno Vespa (doveva essere lui il gran cerimoniere della sfida Meloni-Schelin) prevede perfidamente che il “tutti contro tutti” (per tale formula si è proposto Enrico Mentana su La7) non si farà mai. E non ha tutti i torti: perché mai Giorgia Meloni, presidente del Consiglio e leader del maggiore partito italiano, dovrebbe scendere al livello di un Nicola Fratoianni qualunque? Staremo a vedere.

Il timore, a questo punto, è che queste ultime settimane di campagna elettorale risultino di una noia mortale. A ravvivarla saranno probabilmente solo le iniziative dei magistrati genovesi, le piazze filopalestinesi, gli insulti dei soliti esaltati sui social, o qualsiasi evento possa irrompere nei tinelli degli italiani all’ora dei telegiornali. La cronaca, si sa, non conosce la par condicio.

Poi però il 10 giugno non vogliamo ascoltare i soliti sermoni sull’astensionismo che cresce e sulla passione civile che scende. Le cause della disaffezione degli italiani per tutto ciò che sa di politica sono certo numerose e complesse. Ma negare a due giovani donne, ai rispettivi vertici del consenso, di rappresentare le Italie che si sfidano nelle urne non è un fatto che onora la democrazia. L’unico effetto che si ottiene è di farla addormentare. Nel sonno generale, non si percepisce la differenza tra chi è piccolo e chi invece è grande. E così l’Italietta dei cavillosi continua a prosperare.

Come disse qualcuno (che non cito per non allarmare le vestali dell’antifascismo), «governare gli italiani non è difficile, è inutile».

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