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Elezioni europee. La Schlein promossa, ma le idee della sinistra perdono

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La Schlein può sorridere fino a un certo punto.

Dal punto di vista della segreteria è indubbio che la sua posizione personale si sia rafforzata. E’ noto che rischiava di perdere la poltrona se fosse scesa sotto il 20%. E nel Pd in molti speravano proprio che cadesse, ritenendola responsabile di una linea politica troppo radicale, massimalista, troppo simile ai 5Stelle, lasciando scoperta quell’area moderata-riformista che, col flop di Renzi e Calenda, è ridotta a un deserto dei Tartari.

Invece Elly ha ottenuto un buon 24%, accorciando la distanza con Fdi (28,8%), e consolidandosi come primo partito della coalizione di centro-sinistra, ridimensionando definitivamente le velleità giacobine di Conte, come antagonista rispetto ad un campo largo che ormai, vista la grande flessione dei grillini (10%), è tutto a vantaggio dem.

Queste elezioni europee da noi hanno confermato il bipolarismo fisico, muscolare, speculare, tra le due “grandi donne”.
Insieme, infatti, la Meloni e la Schlein hanno il 53% dei consensi nazionali (28,8% più 24%). E non è cosa da poco, nel tempo dei “partiti-persona” e del premierato di fatto.

Ma c’è una partita persa che dovrebbe far riflettere seriamente la sinistra italiana ed europea. Anche se la composizione del parlamento continentale, stante la ripartizione secondo la densità demografica dei popoli, molto probabilmente vedrà una riedizione della maggioranza-Ursula, magari forse col solo appoggio dei conservatori, è evidente che in Europa c’è un vento di destra dirompente, devastante, dimostrato dai numeri. Per la prima volta hanno vinto sia i partiti di destra moderata sia quelli di destra estrema (i primi non hanno eroso i secondi).

E al di là della narrazione del mainstream ufficiale non si è trattato di un mero voto di protesta, ma del primo embrione di un’altra Europa che sta nascendo, travolgendo quella vecchia. I cui effetti si vedranno tra anni.

Tradotto, un’altra idea di modernità alternativa alla “modernità laicista”, verde, inclusiva, liberista, bellicista. Una “modernità antropologica” basata su altri valori, come il diritto naturale, il primato della vita, della patria, della famiglia, delle identità culturali, storiche e religiose dei popoli (che adesso vogliono la pace e la sicurezza interne).
Questo è il filo-conduttore che lega, pur con diverse sfumature, ogni destra, populista, sovranista, conservatrice, moderata, dall’Olanda alla Germania, dalla Francia alla Spagna, all’Austria etc.

A livello costituzionale il voto di ieri ha bocciato il “super-Stato” di Bruxelles e ha riaperto le porte a una possibile federazione europea di Stati indipendenti e sovrani.
Nello specifico ha bocciato le politiche belliciste filo-Kiev, l’immigrazione indiscriminata, l’ideologia Lgbtq, il green, l’elettrico, la carne sintetica, i vaccini, l’economia e molto altro.
Da ora in poi l’agenda culturale e politica la detteranno le destre. Lo stesso Ppe dovrà tenerne conto. E sta ai leader della destra, saperlo fare.

La scelta di Macron di ricorrere immediatamente alle elezioni, è l’ultima disperata carta di un impianto moribondo, incentrato sull’antifascismo mediatico.

Resta il rammarico che quel 28,8% della Meloni, in crescita pure (come unico governo in carica) rispetto al voto politico (consacrando una maggioranza italiana di centro-destra che complessivamente ha aumentato i propri consensi), avrebbe potuto essere più consistente, se ci fossero state politiche più autonome sull’atlantismo, il filo-americanismo e l’appoggio incondizionato, acritico a Kiev.

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