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Ursula sì, Ursula no: la “golden share” di Meloni in Europa

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Ursula sì, Ursula no: ce la farà la von der Leyen a essere riconfermata presidente della Commissione europea?  Dal 10 giugno è cominciato il Grand Prix di Bruxelles. In palio ci sono gli assetti di potere nell’Ue per i prossimi cinque anni. E scusate se è poco.

La faccenda è tremendamente complicata perché, alla fisiologica rivalità tra alti dignitari Ue, si aggiungono i rischi e le insidie di una fase di instabilità globale che mai s’era vista dalla fine della guerra fredda in poi, con la Nato alla ricerca di una nuova identità e con l’alleato americano quanto mai incerto sul proprio futuro: obbediranno  o non obbediranno, gli Sati Uniti,  al richiamo del neoisolazionismo se a novembre Donald Trump dovesse vincere la corsa alla Casa Bianca? E quand’anche dovesse invece rivincere Joe Biden, siamo proprio sicuri che il rapporto tra Usa Europa rimarrà quello che è stato fino a oggi?

In un contesto così delicato Ursula proverà a giocare le sue carte. E farà tutto sommato bene, perché la crisi dell’asse Parigi-Berlino (dovuta alle contemporanee sconfitte di Emmanuel Macron , da una parte, e di Olaf Scholz, dall’altra) rilancia paradossalmente la figura della presidente della Commissione uscente. Si dà infatti il caso che sia siano proprio il presidente francese e il cancelliere tedesco gli ostacoli alla rielezione di Ursula al vertice di Bruxelles. Sia Emmanuel sia Olaf stavano infatti coltivando, d’intesa con il premier polacco Donald Tusk, idee alternative sul futuro delle istituzioni europee.

Le batoste elettorali patite sia da Macron sia da Scholz nei rispettivi Paesi riducono automaticamente il loro peso politico all’interno del Consiglio europeo, vale a dire l’assemblea periodica dei capi di Stato e di governo da cui passano le decisioni reali sul futuro dei Paesi Ue.

In questo quadro confuso ed elettrico la premier italiana Giorgia Meloni potrebbe giocare un ruolo fondamentale, se non addirittura conseguire un sorta di “golden share” , cioè l’esercizio di un voto pesante e decisivo nella scelta del nuovo presidente della Commissione. Possibile mai? Possibilissimo. E ciò per il  semplicissimo motivo  che la vittoria elettorale di Giorgia (unico capo di governo europeo ad aver vinto le elezioni) ha notevolmente accresciuto il suo peso politico.

La Meloni si candida in sostanza a coprire, insieme ovviamente ad altri, quel vuoto di potere che si è aperto in Europa con la débâcle franco-tedesca.

Che farà Gorgia, darà una mano (decisiva) a Ursula per riconquistare la prestigiosa poltrona di Bruxelles? È una domanda da un milione di dollari. Anche perché, connessa alla questione del nuovo presidente Ue, c’è la legittima aspirazione italiana a una rappresentanza di peso all’interno della nuova Commissione Ue, una faccenda che potrà risultare decisiva nell’approvazione da parte di Bruxelles delle manovre economiche italiane dei prossimi anni. Non sappiamo, al momento, come la Meloni intenderà far valere la massa critica italiana nelle trattative che si stanno per aprire.

Certo è che l’”amicizia” che Ursula e Giorgia hanno dimostrato (e ostentato) in quest’ultimo anno e mezzo potrebbe rivelare oggi  il suo pieno significato politico.

Resta naturalmente da capire quale potrà essere l’atteggiamento degli eurodeputati di FdI nel voto di ratifica del Parlamento europeo alle decisioni del Consiglio europeo. Entreranno o no i rappresentanti del primo partito italiano nella nuova maggioranza a Strasburgo? I soci minori del Ppe nella maggioranza Ursula (socialisti del Pse e liberali di Renew)  hanno già fatto sapere che non vogliono avere nulla a che fare né con Giorgia Meloni né con i conservatori dell’Ecr. E anche la premier italiana ha più volte dichiarato che non andrà mai con i socialisti.

Va però considerato che la maggioranza Ursula (l’unica ancora possibile anche dopo il voto, dal momento che una coalizione popolari-liberali-conservatori che escluda i socialisti non è numericamente possibile) è una maggioranza debole, non tanto dal punto di vista numerico quanto politico e dovrà pertanto chiedere aiuto a forze esterne.

A quel punto, anche a Strasburgo,  il ruolo della Meloni potrebbe risultare decisivo. Giorgia accetterà questo compromesso? Lo sapremo nei prossimi mesi.

«Parigi val bene una messa», disse Enrico IV di Francia. «La legge di bilancio val bene un voto», potrebbe dire oggi la Meloni. Chissà, forse gli italiani poterebbero anche, nel caso, essergliene grati.

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