Bipolarismo, ecco perché rinasce (fragile)

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Bipolarismo, l’Italia sembra volerne il  ritorno. Dalle urne del 9 giugno è riemerso il vecchio motto della Seconda repubblica: «O di qua o di là». Di qua (oppure di là, dipende dal punto di osservazione) c’è Giorgia Meloni, che accresce il suo ruolo di motore del centrodestra. Di là (oppure di qua, dipende sempre dal punto di vista) c’è Elly Schlein, che si avvia a diventare il pivot del centrosinistra.

Guardiamo prima i numeri. Sul fronte destro c’è FdI, che con il 28,8% dei voti si avvicina alle percentuali di Forza Italia nel periodo d’oro di Silvio Berlusconi, percentuali che erano mediamente del 30%. C’è stata, è vero, la fiammata di Matteo Salvini, che nelle Europee del 2019 ottenne il 34%, ma poi sappiamo che fine ha fatto quell’ingente capitale di consensi. Il patrimonio di voti raggiunto oggi dalla Meloni sembra invece più solido e strutturale.

Sul fronte sinistro c’è il Pd, che domenica ha ottenuto un lusinghiero 24% (partiva dal 19 ottenuto da Enrico Letta nelle Politiche del 2022) e che, doppiando il risultato dei “rivali” del M5S, si propone come pilastro di una possibile alleanza di centrosinistra, che però è ancora tutta da costruire.

Siamo partiti dai numeri perché i numeri sono fondamentali nel bipolarismo, dal momento che servono a misurare la forza dei due (opposti) centri di gravità. Senza questi poli magnetici il bipolarismo stesso si dissolve. E si torna alla frammentazione, come accadde nelle elezioni politiche del 2018, quando (nel centrodestra) il partito più forte superò di poco il 17% (la Lega), lo stesso risultato, più o meno, raggiunto dal Pd sul fronte opposto. Ci fu, per la verità, il 32% agguantato dal M5S, ma non servì a fare maggioranza perché i pentastellati erano polo a sé. Nacque allora l’ibrida coalizione gialloverde (leghisti e grillini insieme). Tutti  a quel punto decretarono la fine della democrazia bipolare.  Ma quell’esperienza durò poco più di un anno. E fece da anticamera a un governo fragile (il Conte 2, con M5S e Pd insieme) e a un esecutivo del “presidente” (governo Draghi). Quella stagione non è certo da rimpiangere.

Al dunque, il bipolarismo dà stabilità ai governi. Questi però si devono appoggiare su partiti-baricentro guidati da personalità forti e carismatiche. Anche quest’ultima condizione pare comunque garantita sia dalla leadership della Meloni a destra sia da quella della Schlein a sinistra.

Entrambe le leader godono inoltre dei favori dell’opinione pubblica, interpretando una forma di bipolarismo “gentile”. E non solo perché parliamo di due giovani donne (novità comunque intrigante per la politica italiana), ma anche perché, pur non risparmiandosi reciproche asprezze, queste due donne-capitani danno ampia prova di fair play.

Entrambe hanno capito (e saputo sfruttare) la tendenza alla personalizzazione della politica che caratterizza il nostro tempo. Ed entrambe hanno puntato sul riconoscimento reciproco, al punto da dichiararsi disposte al confronto diretto in tv, cosa che poi non è avvenuta perché, come è noto, si sono messi di mezzo i rispettivi alleati “invidiosi” (Salvini da un lato e Conte dall’altro). C’è però da dire che, nei mesi passati, la Schlein ha talvolta ceduto alla tentazione dell’uso politico dell’antifascismo. Ma la vittoria della Meloni in queste elezioni l’avrà probabilmente convinta che si  tratta di un’arma spuntata e controproducente.

Tutto bene dunque, la via per una nuova stagione del bipolarismo è definitivamente tracciata? Diciamo che il bipolarismo è, sì, rinato, ma aggiungiamo che si tratta di una creatura ancora fragile.

Attenzione, la fragilità di questo bipolarismo che riprova a camminare, non deriva certo dal centrodestra, il cui elettorato ha interiorizzato, nel corso di questi ultimi trent’anni, le mentalità della democrazia dell’alternanza e dell’investitura popolare dei governi. Tant’è che la sua riforma di punta è l’elezione diretta del presidente del Consiglio.

Tale fragilità deriva invece (e per intero) dal fronte opposto, dove il carisma che la Schlein si è meritoriamente guadagnata sul campo non è ancora in grado di imporsi agli altri soggetti del centrosinistra, condizione necessaria per il lancio di un progetto politico comune. L’unica, solida alleanza costruita dalla leader del Pd è con la sinistra-sinistra di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Si tratta certo di un’area di tutto rispetto, uno spazio politico-elettorale che oggi, sommando i voti di Pd e AVS, supera, ancorché di poco, il 30 per cento.

Ma con questi numeri (e soprattutto con un’alleanza sbilanciata a sinistra) non si vincono le elezioni. E ha perfettamente individuato il problema la stessa avversaria Meloni quando ha inviato queste perfide congratulazioni alla segretaria dem per il suo exploit elettorale: «Complimenti a Schlein, ma a sinistra vedo rischio radicalizzazione. I moderati hanno votato il centrodestra».

Per essere realmente competitiva, la leader del Pd dovrebbe riuscire a federare in un progetto comune soggetti pressoché opposti: i moderati dell’ex terzo polo (in disarmo) di Matteo Renzi e Carlo Calenda, da un lato, e i pentastellati arrabbiati di Giuseppe  Conte, dall’altro. Il problema non è solo il carattere della proposta politica quanto il caratteraccio dei protagonisti, gente che non è emotivamente capace di sopportare la leadership di un altro soggetto, ancorché più forte. È un po’ quello che, sul centrodestra, accade a Salvini. Solo che lì i rapporti di forza sono tali da impedire guai.

Nel centrosinistra, dove ciascuno pensa di avere il bastone da maresciallo nello zaino e dove le rivalità interne sono tradizionalmente fortissime, c’è strutturale diffidenza verso qualsiasi “federatore”. Prima o poi la natura “ferina” dei leader (o aspiranti tali) riemerge sempre. Basterà dire che Renzi e Calenda sono riusciti a beccarsi tra loro anche all’indomani delle rispettive débacle elettorali. Filippo Ceccarelli li ha paragonati ai manzoniani capponi di Renzo.

Viene in mente l’apologo (attribuito a Esopo) della rana e dello scorpione. Un giorno lo scorpione chiede alla rana di traghettarlo al di là dello stagno. Il batrace accetta e si carica sulla groppa il velenoso aracnide. A un certo punto della traversata, lo scorpione morde la rana. E annegano tutti e due. Prima di affondare, la poveretta chiede al suo malefico passeggero: «Perché hai fatto una cosa tanto assurda?». Questi le risponde: «È la mia natura, non posso farci niente». Il primo nemico del bipolarismo non è il proporzionalismo ma il personalismo. È questione di indole, più che di ideologia.

 

 

 

 

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