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Sull’Autonomia Giorgia si gioca il premierato

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Alla fine la partita più pericolosa per Giorgia Meloni è cominciata. Con il voto di ieri notte sull’Autonomia, la premier ha firmato una cambiale in bianco alla Lega. Ha consegnato loro il sogno di una vita – l’autonomia fiscale e la fine di significativi trasferimenti di risorse dal Nord al Sud – in cambio della semplice promessa di sostenere il premierato, la riforma sulla quale Giorgia si gioca la legislatura.

La riforma, anche se potrebbe avere conseguenze economiche e politiche enormi, è di quelle tecniche e procedurali. In pratica si limita a definire le intese tra lo Stato e le Regioni che chiedono l’autonomia differenziata nelle 23 materie indicate nel provvedimento. Materie fondamentali, che una volta non ci si sarebbe mai sognati di delegare a poteri regionali: tra queste ci sono la tutela della salute, l’Istruzione, l’Energia, i Trasporti, la Cultura e persino il Commercio estero. Se attuata, sostengono i critici, più che dividere l’Italia in due potrebbe spezzettarla in 20 staterelli.

Scenario che ha già fatto suonare l’allarme tra i burocrati di Bruxelles. Proprio oggi infatti la Commissione Europea (guidata dalla grande ”amica” Von Der Leyen) ha detto che la riforma rischia compromettere la capacità del governo di controllare la spesa pubblica e apre interrogativi circa la capacità dello Stato di non aumentare le proprie uscite.

E si preoccupa pure l’unico partito della maggioranza a trazione meridionale, Forza Italia, che pur supportando il provvedimento ha manifestato riserve significative. Prima di tutto tra i parlamentari, metà dei quali sono risultati assenti alla votazione. E poi per bocca dei leader delle regioni del Sud, come il governatore della Calabria e vice segretario del partito Roberto Occhiuto, secondo il quale “La norma andava ulteriormente approfondita”, trovando “Poco comprensibile il metodo usato per votare a tappe forzate. Così il provvedimento è sembrato una bandierina di una singola forza”.

Ma Forza Italia non si è limitata a criticare: prima dell’approvazione della riforma è riuscita a far modificare l’articolo 4, quello che definisce i principi per il trasferimento delle funzioni alle singole Regioni. Questo sarà garantito – grazie alle modifiche imposte dagli azzurri – solo dopo aver definito dei livello di servizio minimo che devono essere garantiti in modo uniforme sull’intero territorio nazionale (i famosi Lep) e nei limiti delle risorse rese disponibili in legge di bilancio. Se i Lep non vengono definiti e finanziati non ci sarà autonomia.

Non sorprende quindi che Paolo Grimoldi, ex parlamentare della Lega e profondo conoscitore della questione, abbia sostenuto che la legge è solo l’inizio di un lungo processo, che potrebbe richiedere forse dieci anni per essere completato.

Tanto più che l’opposizione sul tema sembra aver trovato uno slancio inimmaginabile solo qualche settimana fa. Elly Schlein, rinvigorita da un risultato oggettivamente molto buono alle Europee, ha definito la riforma niente di più che una riverniciatura del vecchio piano secessionista della Lega, annunciando l’intenzione di raccogliere firme per un referendum nazionale con l’obiettivo di abrogare la legge. D’altra parte il centrodestra si vide bocciare in sede di referendum, nel 2006, una riforma molto simile che accoppiava premierato e “devoluzione” alle regioni di maggiori poteri e risorse.

E una volta tanto tutta l’opposizione, da Giuseppe Conte a Matteo Renzi, sembra andarle dietro promettendo una battaglia referendaria che rischia di logorare seriamente la Meloni, già alle prese con la fortissima ostilità dimostratale da popolari e socialisti europei in sede di formazione della prossima Commissione Europea. Sta ora a Giorgia dimostrare – gestendo queste due delicate partite a Roma e a Bruxelles – che la sua parabola è ancora lontana dall’imboccare la discesa.

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