Nomine Ue, Giorgia Meloni non partecipa al minuetto europeo e dice no alle designazioni decise nel “caminetto” tra popolari, socialisti e liberali.
Nel Consiglio europeo di ieri sera, la premier italiana si è astenuta sulla riconferma di Ursula von der Leyen a presidente della Commissione europea e ha votato contro il socialista portoghese Antonio Costa come presidente del Consiglio europeo e anche contro la liberale estone Kaja Kallas come Alto rappresentante per gli Affari esteri dell’Ue. La Meloni è stata anche più dura di Viktor Orban, che ha almeno detto sì a Costa.
E ora che succede? L’Italia si trova forse isolata nell’Europa che conta? Nulla di tutto questo. La vera partita di Giorgia comincia in realtà proprio ora. E avrà in palio la conquista di nomine di peso da parte del nostro Paese in seno alla nuova Commissione di Bruxelles. Questa partita si concluderà il 18 luglio prossimo, data in cui è prevista la ratifica della riconferma di Ursula nella sessione plenaria a Strasburgo del nuovo Parlamento europeo. Sarà quello il giorno della verità. Perché alla presidente uscente potrebbero mancare voti necessari per via dei franchi tiratori, che già nel 2019 si misero all’opera. E furono, in quell’occasione, gli 8 voti arrivati in soccorso dagli europarlamentari grillini a contribuire, insieme ad altri, alla sua elezione.
Questa volta, a tirare fuori dai guai la von der Leyen, potrebbero essere proprio i 25 voti di Fratelli d’Italia. L’astensione decisa ieri in sede di Consiglio europeo non preclude infatti che alla fine, in sede di Parlamento europeo, possa arrivare il sì della destra italiana. Tale consenso la presidente uscente se lo dovrà però guadagnare, garantendo appunto un’adeguata rappresentanza all’Italia nell’organismo esecutivo dell’Unione europea.
Non avrebbe quindi avuto senso, per la Meloni, presentarsi ieri a Bruxelles con un atteggiamento conciliante, soprattutto dopo le sprezzanti parole venute nei giorni scorsi dagli esponenti del Pse nei confronti della destra italiana. E va anche aggiunto che neanche qualche popolare (in particolare il premier polacco Donald Tusk) era poi stato tenero con la Meloni e con FdI. Perché -si sarà chiesta la premier- fare il favore di dire sì a un pacchetto di nomine deciso nell’ambito ristretto degli attuali poteri europei (il famoso “caminetto”) che peraltro esclude l’Italia dalle cariche apicali dell’Ue?
C’è poi da considerare anche il fatto che, di qui al 18 luglio, si svolgeranno le elezioni in Francia e il terremoto politico che prevedibilmente ne scaturirà non potrà che aumentare il potere contrattuale della Meloni.
Nella dichiarazione a caldo diffusa ieri sera dalla premier era evidente la volontà di togliersi qualche sassolino dalla scarpa per il modo frettoloso (e se vogliamo anche in po’ spocchioso) con cui i leader della “maggioranza” europea avevano blindato le nomine che avevano stabilito nei loro conciliaboli riservati. «Io credo – ha detto Giorgia – che la proposta sui top jobs (l’insieme delle nomine Ue, n.d.r.) fosse sbagliata nel merito e nel metodo, non è stata vagamente anticipata da una discussione su quale mandato dare a seguito di elezioni in cui i cittadini hanno chiesto una linea nuova e diversa in Ue. E imporre una logica maggioranza e opposizione non ha alcun senso. Lo considero un grande errore, soprattutto una mancanza di rispetto nei confronti dei cittadini».
Prima del summit, vari esponenti europei hanno cercato di blandire la Meloni (la sua opposizione era nell’aria) garantendo che all’Italia sarebbe stata comunque assicurata una posizione di rilievo. Tra questi lo stesso Tusk, che ha provato in qualche modo a correggere la rigida posizione assunta nei giorni scorsi: «Nessuno rispetta la presidente del Consiglio Meloni e l’Italia più di me. È un malinteso: a volte servono delle piattaforme politiche specifiche per agevolare il processo». Il premier polacco ha anche aggiunto che «non c’è Europa senza Italia, non c’è decisione senza Meloni».
Ma Giorgia non s’è fatta intenerire da queste parole al miele e ha tenuto il punto. Sono del resto materie importanti quelle che possono riguardarci. L’Italia si aspetta di avere un vicepresidente della Commissione con poteri esecutivi in settori per noi cruciali come il Pnrr, il bilancio oppure l’industria e la concorrenza. Vale inoltre la pena ricordare che il ritorno nei parametri europei dopo le devastazioni del Covid ci costerà 12 miliardi di euro all’anno. E sarà importante avere una sponda di rilievo a Bruxelles. Solo questo alla fine interessa alla Meloni. E a tutti gli italiani.



