È vero, Macron ha vinto la sua battaglia politica con la Le Pen, ma ora rischia di perdere una battaglia ben più importante; quella con i mercati. E allora sì che saranno guai per la Francia, perché quando gli investitori si innervosiscono non c’è cordone sanitario antifascista che tenga.
La decisione del presidente di far saltare il tavolo con le elezioni anticipate ha di sicuro messo la sordina al successo del Rassemblement National alle Europee, ma ha anche esacerbato il nervosismo degli investitori, da tempo molto sensibili all’instabilità politica del Paese. Con un Parlamento ora privo di una chiara maggioranza il percorso verso le tanto attese riforme economiche è diventato ancora più difficile, se non impossibile. Il nuovo scenario politico francese non solo rende problematico l’attuazione di nuove misure di austerità fiscale ma, soprattutto se Melenchon riuscirà a mettere becco nella formazione del nuovo esecutivo, potrebbe anche portare a un’inversione delle politiche economiche precedentemente approvate sotto Macron.
Risultato? Già in questi giorni i rendimenti dei titoli di stato francesi, che una volta mantenevano uno spread di appena 40 punti base rispetto a quelli tedeschi, ora si sono allargati fino a quasi 70 punti. Société Générale ha detto che questo potrebbe essere solo l’inizio e lo spread potrebbe stabilizzarsi su livelli ancora più alti.
Crescita che si traduce in aumento del costo del rifinanziamento del debito, una grana che non potrebbe venire in un momento peggiore. In questi mesi infatti la Francia deve affrontare la pressione dell’Unione Europea per ridurre il deficit di bilancio al di sotto del 3% del PIL, una sfida quasi impossibile, anche perché la sinistra parla solo di aumentare la spesa pubblica, aumentando ulteriormente il carico del debito.
Certo, Parigi non è l’unica in queste condizioni: dopo il Covid i debiti sovrani sono aumentati un po’ ovunque, ma è vero che la Francia si trova per la prima volta a dover affrontare una seria sfiducia da parte dei mercati, e i suoi cittadini non sono abituati alle riforme “lacrime e sangue” sperimentate in tempi recenti da greci, portoghesi, spagnoli e italiani.
Una prima prova della tenuta di questa Francia “all’italiana” è in programma per il 18 luglio, quando il Tesoro francese venderà i titoli a medio termine. È lo stesso giorno in cui la nuova Assemblea Nazionale si riunirà per la prima volta.
Macron è quindi stretto a tenaglia fra una cittadinanza che col suo voto ha detto no a qualunque sacrificio economico e i mercati che non chiedono altro che di stringere la cinghia. Ma la vera prova sarà la prossima legge di bilancio, che dovrà contenere misure in grado di rientrare dal deficit che nel 2023 ha raggiunto il 5% del Pil, senza far venire meno il supporto di parte della coalizione di sinistra. Se l’estate del presidente si annuncia insomma caldissima l’autunno rischia di rivelarsi addirittura incandescente. E allora chissà se quella sulla Le Pen non si rivelerà come una vittoria di Pirro.



