Il presidente del Senato Ignazio La Russa non ha tutti i torti. Anzi. Durante la consueta cerimonia del Ventaglio, dopo aver rassicurato giornalisti e politici sulla ritrovata e futura centralità del parlamento, si è soffermato su un tema spinoso, ultima puntata di una fiction stucchevole orchestrata dalla sinistra, che riguarda sempre la stessa solfa, lo stesso tormentone: l’antifascismo mediatico e politico, brandito quotidianamente e ossessivamente come arma mortale contro la destra.
Del resto tutta la campagna marketing elettorale nazionale e internazionale (dall’Italia, alla Francia, a Bruxelles, agli Usa) è stata, e sarà sempre impostata così.
Il presidente del Senato, a proposito del cronista de La Stampa, aggredito da attivisti di CasaPound, è stato chiaro e pedagogico. Da un lato, ovviamente, ha deplorato e condannato l’aggressione. Come da sacrosanto dovere istituzionale. Dall’altro, ha lanciato un dubbio non da poco sull’etica professionale che riguarda ogni categoria: “Ci vuole un modo più attento di fare le incursioni pur legittime da parte dei giornalisti”. Aggiungendo: “Non credo che il giornalista passasse lì per caso e sarebbe stato bello se lo avesse detto”.
Un duplice messaggio che sottintende la provocazione pianificata, il vittimismo e la scontata strumentalizzazione da parte della politica.
Non a caso la sinistra si è indignata. E ha creato l’ennesimo caso da prima pagina.
A questo punto l’analista, lascia spazio all’esperto e al docente di comunicazione politica. Nessuno intende negare il diritto di cronaca, ma ci devono essere regole ben precise. La recente, ormai collaudata moda degli assalti giornalistici per strada ai politici, se smuovono la pancia del paese, alla ricerca di una reale aspettativa di giustizia, verità e trasparenza (valori però viziati ed eterodiretti dalle redazioni che, come noto, seguono e fanno militarmente seguire le direttive editoriali mai obiettive), non deve prevaricare il rispetto della libertà individuale delle persone, pubbliche o private che siano.
Si potrebbe obiettare che i personaggi pubblici devono obbligatoriamente rispondere alle domande, soprattutto se riguardano il loro operato. Sicuramente sì, ma dobbiamo riflettere davvero sulle regole d’ingaggio.
Basta con i proclami e le sentenze ideologiche urlate davanti alle vetture da cronisti-militanti, costretti a confermare impostazioni redazionali gestite dall’alto. Dando luogo a processi aprioristici “stile-Robespierre”. Anche perché, l’audience finisce qualche minuto dopo. E restano i danni.
Le interviste vanno chieste, pianificate e organizzate rispettando i tempi degli intervistati e dei giornalisti, in modo da assicurare una vera par condicio e il rispetto della dignità altrui.
Il populismo mediatico porta inesorabilmente al giacobinismo politico, sia di sinistra, sia di destra.
Il “modello Fanpage” non va bene. Quattro scemi che fanno i saluti romani, come mera e goliardica appartenenza di gruppo, sono speculari ai finti attivisti, in realtà giornalisti infiltrati che filmano comportamenti in aree private per esporli in pubblico. Se applicassimo tale abitudine di sconfinamento, non si salverebbe nessuno. Come si è visto, nemmeno il papa, con la sua frase sulla “frociaggine”.
Il giornalista de “La Stampa” ha fatto il suo dovere (bisogna vedere se per impulso spontaneo o inviato) ma, allargando, certi atteggiamenti pregiudiziali (basta vedere le domande che si fanno, che già sono una risposta), scatenano oggettivamente la reazione delle teste più immature e calde, che sono presenti trasversalmente nella società e nella politica italiana.
Io stesso, partecipando a iniziative non gradite al mainstream ho assistito a tecniche collaudate di provocazione per esasperare gli animi e fare notizia. Naturalmente confermando, secondo le direttive, lo stereotipo del fascista, del pazzo, dell’omofobo, del razzista.
Stesso sbaglio se la medesima tecnica viene utilizzata da trasmissioni e giornali di destra.
Il risultato finale sarebbe quello che è, uno scadimento viscerale della democrazia.



