La Francia di Emmanuel Macron non smette di regalarci sorprese. Nonostante la strombazzata “vittoria” delle sinistre riunite nel Nouveau Front populaire (Nfp) ai ballottaggi di fine luglio, monsieur le president cambia direzione e affida il governo a un vecchio marpione gollista, Michel Barnier, il quale guiderà un esecutivo di minoranza che di fatto rimette in gioco il Rassemblement National di Marine Le Pen.
Non che Macron non abbia provato a nominare un esponente di sinistra alla guida del governo. Ma è tale (in Francia e non solo) la rissosità di quel campo politico che l’inquilino dell’Eliseo ha dovuto desistere dal suo proposito e guardare altrove. L’ostacolo maggiore è risultata la pretesa di Jean-Luc Mélenchon di egemonizzare governo e area politica, cosa non gradita agli alleati del Nfp, soprattutto ai socialisti, i quali però non se la sono sentita di spaccare il fronte e di andare all’abbraccio governativo con macroniani e gollisti.
A quel punto il presidente non ha avuto scelta e si è rivolto all’esperienza di Barnier, navigato uomo politico francese, eletto deputato per la prima volta nel 1978, a soli 27 anni. Del nuovo capo del governo sono apprezzate soprattutto le capacità di negoziatore. È stato lui a condurre le trattative della Brexit in rappresentanza dell’Unione europea (è stato più volte commissario Ue).
Barnier è oggi, proprio per le sue capacità di mediazione, l’unico esponente politico francese capace di guidare un governo di minoranza. Il suo esecutivo è apertamente appoggiato solo da macroniani e republicans, ma si può insediare senza un voto fiducia del Parlamento perché così prevede la Costituzione della Quinta Repubblica in Francia. Può cioè cadere solo per l’approvazione di mozioni di sfiducia presentate da gruppi dell’opposizione. Ma il problema, per il nuovo capo del governo, non sarà tanto schivare una simile eventualità quanto piuttosto far passare le leggi senza disporre di una maggioranza all’Assemblea Nazionale.
È qui che potrà entrare in gioco il Rassemblement National , i cui voti potrebbero in più occasioni risultare preziosi per l’approvazione in Parlamento di provvedimenti importanti. Di fatto potrebbe affermarsi come la “stampella” di destra del governo la qual cosa avrebbe per Marine Le Pen il sapore di una beffarda vendetta politica, visto che al suo partito sono stati negati numerosi seggi per effetto del “cordone sanitario” allestito contro il FN in occasione dei ballottaggi. In ogni caso, il Front National avrebbe l’opportunità di dimostrare senso di responsabilità repubblicana e affidabilità per futuri governi, disattivando quindi in anticipo ogni futuro tentativo di delegittimazione.
Le Pen ha capito l’importanza di questa possibilità e ha subito rilasciato una dichiarazione di apertura a Barnier: «Saremo attenti al progetto di cui sarà portatore e a far sì che le aspirazioni dei nostri elettori, che rappresentano un terzo del popolo francese, siano ascoltate». Tra le priorità esposte da Barnier ve ne sono alcune che sono musica per le orecchie di Marine: «Controllo dell’immigrazione, sicurezza nella vita quotidiana».
Insomma, la probabile “non ostilità” del Front National sarà una delle condizioni che permetteranno al governo Barnier di andare avanti. E ciò rappresenterebbe un notevole risultato politico per Le Pen.
Melénchon ha fiutato l’aria ed è andato su tutte le furie gridando alle «elezioni rubate». Per oggi sono indette manifestazioni di protesta in tutta la Francia per la mancata designazione di un premier proveniente dalla sinistra. È probabile che ci sia un po’ di tensione, ma alla fine i “rivoluzionari” torneranno a casa mogi mogi.
Ci siamo del resto passati più volte anche noi, in Italia. Quanto volte la sinistra ha scaricato la sua rabbia in piazza per non essere riuscita ad andare al governo? I furori erano svaniti già il giorno dopo. Come ha detto Jean Cocteau, i «francesi sono degli italiani di cattivo umore». Gli “arrabbiati” d’oltre Alpe ci metteranno magari un giorno di più per tornare quieti. Ma, alla fine, si calmeranno anche loro.



