La vicenda che riguarda Francesco Spano è una vicenda che riguarda soltanto lui. E non investe nemmeno le scelte relative a una funzione, quella di capo di gabinetto che sono e devono restare tecniche, basate sulla competenza e quindi, fiduciarie.
Chi scrive non è in grado di valutare né le prime, né le seconde. Ma le regole sono regole: “Il capo di gabinetto non fa politica, dirige e coordina gli uffici di diretta collaborazione e assicura il raccordo tra le funzioni di indirizzo del Ministro e le attività di gestione del Ministero, nel rispetto del principio di distinzione tra tali funzioni”.
Quindi, la sua vita privata, i suoi eventuali orientamenti sessuali non interessano a nessuno, a meno che come per tutti i cittadini, non violi le leggi o faccia scelte in contrasto con l’indirizzo politico del suo ministro.
Magari si può discutere sull’opportunità di tecnici non vicini all’area culturale del governo, o almeno alla sua parte maggioritaria; area tra l’altro votata dagli italiani che hanno permesso al centro-destra di vincere alle scorse elezioni politiche.
Obiezione a cui si può rispondere che la strategia di una “destra liberal” è quella di essere inclusivi e moderni. Non beceri e nostalgici.
Ma il tema vero è un altro: come mai a destra non ci sono tante figure intellettuali di riferimento e tanti tecnici da pescare nei momenti giusti? Figure che abbiano una storia e una competenza tali da poter aspirare a incarichi istituzionali alti?
Un vulnus che si ripete ciclicamente ogni qualvolta la destra va al potere (dal ’94 a oggi). Salvo lodevoli eccezioni, si ricorre a circuiti alternativi: conoscenze, amicizia, militanza, fedeltà: categorie non sempre coerenti con gli incarichi assegnati.
C’è un grande lavoro da fare, che non si risolve in modo superficiale. Anche perché si rischia di fare clamorosi autogol, dando ragione alla sinistra circa la sua superiorità razziale ed etica (la famosa egemonia).
La destra deve rispondere a una domanda precisa che viene prima dell’urgenza di una vera scuola di formazione della classe dirigente (le odierne fondazioni, troppo legate a singoli parlamentari sono luoghi utili, ma non sufficienti): che segno si intende dare ai posteri? Un “segno che lasci un segno”.
Diventare la “parte destra del pensiero unico” è l’unica arma per venire accettati a Palazzo? Basta essere o fingere di essere liberal, anticonformisti, provocatori, eccentrici, per non passare sotto le forche caudine?
Per carità, ognuno è libero di definirsi assertore del “pensiero solare”. Ma questo non elimina lo stigma di un passato diverso, concetto che vale per tutti i capi di partito, intellettuali e giornalisti, che hanno fatto gli anni Settanta e che oggi sono cambiati. Sono cresciuti. Né però è corretto assumere posture di disprezzo verso altre componenti di destra più continuiste, per metterle all’angolo e considerarle retaggi indigeribili, solo per auto-accreditarsi e compiacere i salotti buoni. Questa è “sindrome da legittimazione”. Un complesso di inferiorità da cui bisogna liberarsi al più presto.
E’ noto che a destra ci sono sempre stati tanti filoni: conservatori, sociali, liberali, liberal-conservatori, cattolici, pagani, guelfi, ghibellini, moderati, post-missini, dannunziani, futuristi, anarco-sindacalisti, riformatori, socialisti-tricolore etc.
Anime che hanno caratterizzato in profondità i partiti che hanno abitato e abitano ancora in questa area geografica.
La moda di uscire dal ghetto e far parlare i giornali, assumendo pose anticonformiste e provocatorie, non è una novità. Già verso la fine degli anni Settanta l’ala rautiana del Msi era molto attiva da tale punto di vista (parlò allora, autentica novità in un ambiente estremamente fermo nella forma e nella sostanza, di diritti civili, ecologia, musica, arte, rivendicando pure la vicinanza di simboli appartenuti alla tradizione della sinistra, come Che Guevara etc).
Non mi stancherò mai di affermare una mia forte convinzione: la tradizione ideale di destra non si deve né rimuovere, né musealizzare, ma attualizzare. E ciò comporta e avrebbe dovuto comportare finora, una seria operazione scientifica, nemmeno avviata. E che ha impedito a molti dirigenti nazionali e locali (dal Msi, ad An, a Fdi), di crescere.
Per unire la destra culturale e la destra politica occorre fare chiarezza su un punto: quale idea di modernità ha? Mettere insieme tutte le componenti di cui sopra è dannoso. Serve a fare il pieno dei voti, ma non a governare (la governabilità coerente nasce dall’omogeneità culturale). Il diavolo e l’acqua santa non si possono sposare. D’accordo sulle sintesi in avanti, ma o si sta con la “modernità antropologica” (il primato della vita, della famiglia naturale, delle identità culturali, storiche e religiose dei popoli), o si sta con la “modernità laicista”, col pensiero unico, gli Stati etici economici, sanitari, ecologisti etc.
La cultura è un affare troppo serio per lasciarlo al politicamente corretto.
E ricordiamolo: il suicidio della politica scaturisce dall’omicidio della cultura.
Riprendiamo dunque, la costruzione di quel grande partito conservatore di massa (il partito repubblicano), che a destra non è mai decollato.



