Biden. La patria si ama solo quando si vince? La scure su Kamala e la Schlein

venerdì, 8 Novembre 2024
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Il sorprendente e conciliante discorso di Biden, dopo il voto-choc per i dem, si presta a parecchie interpretazioni. Sorprendente e conciliante, perché ha abbandonato almeno mediaticamente i panni della polemica frontale con Trump.
Come dire, finito lo scontro elettorale, il duello all’ultimo sangue, adesso inizierà il percorso istituzionale e “pacifico” della transizione.
E visto che ormai gli Usa sono divisi esattamente a metà e che il tycoon ha avuto una valanga di voti – evidentemente ha pensato Joe – proseguire col mantra della delegittimazione e della superiorità morale e antropologica, come ha continuato a fare Kamala Harris nel suo intervento ritardato di accettazione della sconfitta, è inutile e controproducente.
Non crediamo infatti, che le sue parole abbiano voluto ribadire la differenza di stile rispetto al passato, quando Trump ai limiti dell’eversione (l’assalto a Capitol Hill), ha contestato i risultati (avendo però, numerosi elementi a suo favore), mentre qui il dato numerico essendo incontestabile da ambo le parti, non ha potuto lasciare dubbi in merito.
Il tema è un altro, interno al partito democratico. Biden doveva liberarsi di parecchi pesi e togliersi alcuni sassolini dalle scarpe.
In primis, le caste liberal e radical del partito (gli Obama, i Clinton, Nancy Pelosi) che hanno scelto Kamala dall’alto. Poi, la stessa Harris, che smarcandosi da lui, ha di fatto smentito e demolito tutto il suo mandato e il suo governo.
Infine, il suo staff che ha negato fino alla fine le fragilità fisiche e mentali sempre più palesi, dando un netto vantaggio psicologico e non solo, a Trump.
Questo, in realtà, è il senso vero e profondo della frase-cult del discorso alla nazione.
Quante spiegazioni ha “non si può amare il Paese solo quando si vince”.
Un messaggio che va in tante direzioni.
La principale affonda come un coltello nel Dna della sinistra americana e mondiale, Italia compresa (lo abbiamo detto in più salse: la Schlein è il clone tv e politico di Kamala).
E’ il virus giacobino della democrazia. Quando nel nome del trinomio “Liberté-Egalité-Fraternité” si ghigliottinano gli avversari (la Vandea, il primo genocidio di massa dell’età moderna), perché c’è sempre uno più puro che ti epura, uno più libero, eguale e fraterno di te.
Il problema della sinistra affonda le radici in quella che è la “sindrome di Voltaire”: il ritenersi l’incarnazione del bene, della democrazia, della Costituzione, dell’etica, della morale, dei diritti, dell’ambiente, della cultura etc.
Per cui non ha vinto Trump, non sono vincenti le ricette e soluzioni della destra, in materia di sicurezza, immigrazione, green, economia, ma ha perso la sinistra; è la sinistra che non ha capito tali esigenze. E ha trionfato soltanto la pancia, la semplificazione, la paura.
La spiegazione ideologica, mantra della sinistra, suo mito incapacitante ed alibi eternamente valido, è che il bene non può perdere e il male (nelle varie forme di fascismo, medioevo, reazione, dittatura, tirannide), non può vincere.
L’errore strutturale e genetico della sinistra è quello non di amare la “patria storica”, espressione della tradizione culturale, religiosa e sovrana dei popoli etc. Ma di voler affermare unicamente la “patria ideologica”, solo se è antifascista, progressista, globalista, filo-Lgbtq. Quindi, una patria di parte e non di tutti.
E lo vediamo ogni volta che si parla di Resistenza, passato, valori comuni, condivisi, pacificazione nazionale, memoria condivisa, come premessa dell’Italia futura.
Tradotto, se vince la sinistra la patria è giusta, il popolo ha scelto la verità, mentre se vince la destra la patria è sbagliata, il popolo è regredito a rango di plebe, turlupinato, manipolato dai media, dalle fake news, si è affidato al padrone di turno.

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