Migranti, è guerra infinita. Perché i giudici hanno torto

martedì, 12 Novembre 2024
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Migranti in Albania, ormai è guerra infinita. I giudici insistono nel boicottaggio dell’azione del governo adducendo i soliti cavilli europei e infischiandosene del decreto-legge che fissa l’elenco dei Paesi sicuri per il respingimento dei migrati che non hanno diritto all’asilo in Italia.

Ieri l’ennesimo atto di ostilità da parte delle toghe. La sezione immigrazione del Tribunale di Roma ha sospeso l’applicazione del nuovo trasferimento dei migranti nei centri albanesi (il primo dopo il varo del provvedimento dell’esecutivo) rinviando la decisione alla Corte europea. È una mossa astuta da parte dei giudici, i quali evitano questa volta il conflitto diretto con il governo perché scaricano sull’Europa la responsabilità di una eventuale disapplicazione del decreto del 23 ottobre. Nell’atto del rinvio alla giustizia Ue si parla di «incertezza amministrativa» dovuta a norme in contrasto. Il risultato politico però è lo stesso, perché il governo vede nuovamente paralizzata l’applicazione del protocollo tra Roma e Tirana, per la gioia di Elly Schlein e dell’opposizione che tornano a parlare di “danno erariale” e di soldi sprecati.

Insomma, l’Europa come trincea e giudici che gridano all’attentato alla separazione dei poteri, con il presidente dell’Anm, Giuseppe Santalucia, che difende a spada tratta l’operato delle toghe affermando che queste non avrebbero fatto altro che il «loro dovere».

In realtà, l’iniziativa giudici è espressione di una chiara forzatura politica e il governo non mancherà di far valere le proprie ragioni nelle sedi opportune,  cioè sia davanti alla Corte europea (presso la quale si è costituito il ministero dell’Interno) sia davanti alla Cassazione (il 4 dicembre verrà deciso il ricorso sulla precedente decisione del Tribunale di Roma).

Stavolta potrebbe risultare che i magistrati sono dalla parte del torto. E ciò per almeno due motivi. Esaminiamoli brevemente.

Primo motivo: la Corte europea non ha stilato l’elenco dei Paesi insicuri, ma ha solo fissato i criteri per l’applicazione  della normativa europea. Ne consegue che hanno torto coloro i quali (a partire da Magistratura democratica e dall’opposizione) affermano il carattere “automatico” della mancata esecuzione dei due trasferimenti di migranti in territorio albanese. In realtà si è trattato di interpretazione estensive (e quindi discrezionali) sia della sentenza della Corte del Lussemburgo sia della direttiva europea del 2013, quella che garantisce i diritti dei migranti provenienti da Paesi in cui si pratica la tortura e si violano i diritti fondamentali della persona. La sicurezza o meno del luogo di provenienza dei migranti viene normalmente definita dai rapporti che arrivano dalle  organizzazioni internazionali come l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati o il Consiglio d’Europa. Se è così, come si fa a non considerare valido un elenco di Paesi contenuto nella legge di uno Stato?

Secondo motivo: il decreto-legge del governo anticipa i contenuti del Patto europeo sulla migrazioni che entrerà in vigore nel giugno del 2026. Questa nuova normativa europea (che sostituirà la precedente) prevede  sia le procedure accelerate (quelle che contestano le toghe ) per l’esame delle domande d’asilo e l’eventuale rimpatrio per chi non ne ha il diritto sia la costituzione di centri di soggiorno per migranti fuori dai confini nazionali.

Al dunque, alcuni giudici italiani hanno scatenato una guerra contro il governo sulla base di una malevola interpretazione di norme europee destinate comunque a essere sostituite tra poco più di un anno e mezzo. Si tratta del classico cavillo usato come arma impropria contro la Meloni e il centrodestra.

Alla fine, da questo inutile conflitto, non ci guadagna nessuno. Non ci guadagna lil governo (che vede ritardata la soluzione di un problema che sta a cuore a tutti). E non ci guadagna nemmeno la magistratura (che vede ulteriormente indebolito il suo prestigio agli occhi degli italiani). Ci guadagnano solo gli ideologi faziosi. Con o senza la toga.  

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