La Siria non è lontana e preoccupa l’Europa e l’Italia

lunedì, 9 Dicembre 2024
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L’Italia guarda alla Siria e intravede, con crescente inquietudine, l’ombra lunga dell’Afghanistan. La caduta di Bashar al-Assad segna la fine di un’era, ma il vuoto lasciato dal suo regime rischia di essere riempito da un nuovo ordine che assomiglia più a un incubo che a una speranza. I ribelli anti-Assad, eterogenei e senza una visione politica unitaria, potrebbero partorire un regime altrettanto autoritario, ma con un volto diverso: un potere frammentato e ideologicamente radicalizzato, non troppo distante da quello instaurato dai talebani.

E qui sta il nodo che preoccupa l’Europa, e l’Italia in particolare: a differenza dell’Afghanistan, la Siria non è lontana, non è un problema remoto confinato al cuore dell’Asia. È vicina, vicinissima, a due passi dalle coste europee. Se il nuovo governo siriano decidesse di chiudere le frontiere, isolando il Paese dal resto del mondo come hanno fatto i talebani, lo scenario potrebbe diventare ancor più cupo. La Siria, così vicina, rischierebbe di trasformarsi in un bastione di instabilità, un nodo geopolitico esplosivo che potrebbe contagiare il Mediterraneo e i Balcani.

Le conseguenze di uno scenario del genere sarebbero molteplici. Prima di tutto, per i siriani stessi: una popolazione già stremata dalla guerra potrebbe ritrovarsi imprigionata in un regime oppressivo, senza vie di fuga. Le minoranze, come quella cristiana, rischierebbero persecuzioni sistematiche. Il confine tra oppressi e fuggitivi diventerebbe una linea invisibile e invalicabile, con milioni di persone intrappolate in una crisi umanitaria permanente.

Ma l’impatto si estenderebbe ben oltre i confini siriani. L’Italia, con la sua posizione strategica, sarebbe tra i primi a subire le conseguenze di un regime chiuso e radicalizzato così vicino. L’instabilità politica e sociale potrebbe alimentare non solo flussi migratori irregolari, ma anche reti clandestine di traffico di armi, droga e persino miliziani, capaci di attraversare il Mediterraneo o insinuarsi lungo le rotte balcaniche. In un’Europa già frammentata e alle prese con altre emergenze, il rischio di un’escalation sarebbe concreto.

Per affrontare un simile scenario, l’Italia deve prepararsi con lucidità e determinazione. La diplomazia, mai come ora, diventa un’arma imprescindibile. È necessario non solo dialogare con le potenze regionali, come la Turchia e l’Iran, ma anche rafforzare il coordinamento con l’Unione Europea e le Nazioni Unite per monitorare l’evoluzione del nuovo regime siriano. Se la Siria diventasse un nuovo Afghanistan, l’Italia non potrebbe permettersi di agire in solitaria.

Sul fronte interno, Roma deve attrezzarsi per far fronte a una nuova realtà geopolitica. Rafforzare la sicurezza dei confini marittimi e terrestri, potenziare le capacità di intelligence e migliorare la cooperazione internazionale per prevenire il traffico illecito sono passi obbligati. Al contempo, è fondamentale continuare a sostenere gli aiuti umanitari nei Paesi limitrofi alla Siria, come Giordania e Libano, per evitare che la pressione si riversi direttamente sulle coste italiane.

Ma la vera sfida è un’altra: evitare che la Siria diventi l’Afghanistan d’Europa. Questo significa lavorare affinché il nuovo regime non chiuda del tutto le porte al dialogo internazionale, spingendo per una soluzione politica che coinvolga tutte le parti in causa. Non sarà facile, ma l’alternativa – un regime isolato, instabile e pericoloso a pochi chilometri dall’Europa – è uno scenario che l’Italia e il continente non possono permettersi.

Il destino della Siria si intreccia ormai indissolubilmente con quello dell’Europa, e l’Italia, per posizione geografica e peso politico, non può permettersi di sottovalutare questa nuova minaccia. Perché se c’è una lezione che l’Afghanistan ci ha insegnato, è che le crisi non rimangono mai confinate: prima o poi bussano alla porta di chi credeva di esserne al sicuro.

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