Jobs Act, la polpetta avvelenata che potrebbe unire neo-ulivisti e nemici interni della Schlein

venerdì, 24 Gennaio 2025
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Mentre la destra pensa al futuro globale, la sinistra si rivolge al passato democristiano, o, se non proprio democristiano, almeno ulivista prodiano. Altro non può fare, il mondo moderato e riformista che attornia Elly Schlein, in questi tempi di trumpismo ritornante e trionfante nonché di melonismo egemonico e transatlantico.
Apro con le parole che su Lo Speciale ha usato il nostro Aldo Di Lello. E’ proprio vero, a sinistra la politica usa molto spesso la moviola: un passo in avanti e due all’indietro.
La stagione inaugurata da Veltroni è stata all’insegna del “partito clintoniano-blairiano a vocazione maggioritaria”: un soggetto totalizzante, capace di assorbire le varie, tante, troppe, anime: socialisti, liberal-progressisti, catto-dem, neo-post-comunisti etc.
Poi, come noto, il “fronte anti-destra”, al contrario, ha prevalso solo quando si è “auto-federato”, con una leadership moderata (Ulivo, Unione). Tradotto: Romano Prodi. “Coalizione-Brancaleone” che ovviamente, dopo la vittoria, ciclicamente è implosa. Ma che comunque ha lasciato come segno intangibile un “ricordo vittorioso”.
Oggi, infatti, i tanti nostalgici di quelle antiche vittorie, stanno pensando di recuperare quello schema: un centro che guarda a sinistra.
Finora Renzi e Calenda hanno tentato di occuparlo: non più un centro “post-dc”, ma liberal-democratico. I cui esiti, sappiamo, sono stati unicamente a beneficio dell’operazione speculare ordita da Tajani: “Fi rappresenta quello spazio naturale tra Fdi e il Pd, tra la Meloni e la Schlein”.
Memori degli scontri tra i due Dioscuri, qualcuno ha voluto replicare l’iniziativa. Ci riferiamo ai due appuntamenti, di Milano e Orvieto; il primo (Delrio, Ruffini) più aperto ai cattolici progressisti, il secondo (con Gentiloni), più in linea con i liberal-democratici, in odore di una Margherita2.0.
Evidentemente il “modello-umbro” ha colpito: una candidata (la Proietti) pescata tra i sindaci, cattolica, moderata, vincente.
Domanda: se proviamo a ribaltare le analisi? Altro che Pd alleato a sinistra con grillini e Avs (il campo largo), ma spostamento del baricentro sul versante opposto? In soldoni, non “Pd più cespugli radicali”, ma “Pd più cespugli centristi”.
E allora il tema non sarebbe rafforzare la Schlein, ma indebolirla. Toglierle il trono da sotto i piedi.
Non è una novità che la sua guida non venga apprezzata: troppo radicale, troppo barricadera (con Landini e la rivolta sociale), troppo Lgbtq e poi, non dimentichiamo non è stata scelta dagli iscritti e dalla struttura (avevano preferito Bonaccini), ma dal “popolo dei gazebo”, con la spinta fondamentale di alcuni blasonati maggiorenti dem (Orlando, lo stesso Franceschini ora critico, Boccia, Zingaretti).
E secondo molti osservatori e addetti ai lavori, la competizione mediatica e politica con la Meloni, molto più esperta e spregiudicata, è destinata a far perdere la sinistra nei secoli.
E se la strategia interna ed esterna al Pd è indebolire la segretaria, acquistano rilevanza e senso anche gli attuali malumori di parecchi dirigenti. Facciamo i nomi: Pina Picerno eurodeputata, da tempo critica l’odierna conduzione del partito, Marco Tarquinio, neo-acquisto boccia la linea filo-guerra, Vincenzo De Luca, come sappiamo, la odia (non accetta di non potersi ricandidare per la terza volta in Campania), Lorenzo Guerini, presidente del Copasir, pretende l’accordo con De Luca, Debora Serracchiani, teme molto l’impatto negativo del prossimo referendum sul Jobs Act; medesima posizione quella di Simona Malpezzi e di Giorgio Gori.
Il Jobs Act, visto che la Corte Costituzionale ha giudicato inammissibile il referendum sull’autonomia differenziata, rischia di compromettere la segreteria Schlein, proprio su una battaglia che lei vorrebbe intestarsi per “battere le destra”, ritenendo meno potenti gli altri argomenti (il referendum proposto da +Europa per modificare le norme sulla concessione della cittadinanza agli stranieri e oltre al Jobs Act promosso sempre dalla Cgil, quello sull’indennità di licenziamento nelle piccole imprese, i contratti di lavoro a termine e la responsabilità solidale del committente negli appalti).
Si è mai vista una sinistra abrogare una scelta fatta dalla sinistra? Sarebbe la guerra psichiatrica tra due Pd, quello renziano (un esercito che sopravvive dentro e fuori il Nazareno) e quello della Schlein.
Una bella miccia per accendere, aggregare e rinvigorire sia i suoi nemici interni, sia i nuovi nostalgici dell’Ulivo.

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