Zelensky con la coda tra le gambe, alla fine è arrivato a dire quello che tutti si aspettavano: è disposto a cedere, scambiare, i suoi territori per arrivare alla pace.
Certo, non lo ha ammesso a cuor leggero: il suo maggiore timore oggi è essere scavalcato dal feeling e dall’intesa oggettiva che vede protagonisti Putin e Trump (al di là dello scontato gioco delle parti). Tradotto, che gli accordi possano passare, come di fatto sarà, sopra la sua testa.
Un risultato auspicato dalle cancellerie con buona pace di chi ha combattuto per lui, di quel nazionalismo ucraino ambiguamente filo-Bruxelles; e con buona pace di molti governi europei (con annessa grancassa mediatica, intellettuale e lobbistica), che si sono subito fanaticamente schierati in “difesa dell’Occidente e dei suoi valori”, minacciati dal risorto orso comunista.
Se fossimo nei panni di Zelensky avremmo gli incubi: è stato usato e si è adattato al ruolo di Madonna Pellegrina; è stato foraggiato di armi e soldi, perennemente alla ricerca di nuove munizioni: iniezioni che non sono servite. Ha fatto solo gli interessi di Biden; energetico-economici-geopolitici e soprattutto famigliari (il figlio Hunter).
Non ha ottenuto nulla: né la vittoria, né l’ingresso nella Nato, né al momento nella Ue. Solo carte, burocrazia, promesse, dichiarazioni enfatiche e pacche sulle spalle.
Sì, tanti soldi, ma collegati a una resistenza militare di burro e a investimenti che ricordano la logica degli antichi colonizzatori del Terzo Mondo.
E ora? Non solo dovrà accettare di perdere quella sovranità da sempre sulla carta. Ma addirittura, per restare a galla, dovrà svendere le terre rare, viatico per il varo dell’età dell’oro trumpiana.
E non solo: gli hanno perfino detto che dovrà fare le elezioni politiche per poter ancora essere di qualche utilità. Elezioni che sicuramente perderà (a meno che non riesca a controllarle). Per lui infatti, si profila un bel “piazzale Loreto”. E pensare che ha rischiato il premio Nobel.
Usato e gettato via. Perché così andrà a finire, se non interverranno fatti nuovi, variabili indipendenti e azioni in senso contrario da parte delle famose lobby di cui sopra.
Cosa diranno adesso le famiglie di quelle centinaia di migliaia di soldati morti (500mila tra uccisi e feriti) per un patriottismo fasullo, mediatico, costruito a tavolino per masse ingenue e generose che si sono sacrificate unicamente per difendere la loro terra, le loro case e gli affetti?
Non era meglio non tradire gli accordi di Minsk del 2014, che già avrebbero previsto l’autonomia del Donbass russofono, cominciando una guerra (il massacro di 14mila civili) sbagliata?
Ma il problema non riguarderà solo lui, anche quei governi che si sono mobilitati rispondendo a una chiamata che formalmente sembrava valoriale, nella sostanza solo economica ed espansionistica filo-Nato. Come ebbe modo di dire lo stesso papa Francesco (“La causa? L’abbaiare della Nato alle porte di Mosca”), immediatamente silenziato dal Mainstream presente pure dentro la Curia.
Un effetto a catena che farà cadere nel grottesco chi ipotizzava perfino una mobilitazione fisica sul campo per difendere l’onore ucraino.
Di “sconfitte vittoriose” il mondo è pieno.
Zelensky e la sconfitta “vittoriosa”. Per lui ora un “piazzale Loreto” made in Usa?



