Trump e Putin si parlano. Perché l’Europa è esclusa

sabato, 15 Febbraio 2025
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La telefonata fra Donald Trump e Vladimir Putin per sbloccare la situazione in Ucraina e avviare «immediatamente» trattative di pace ha messo in allarme le cancellerie europee sulla possibilità (più che fondata) che all’Ue non sia concesso di avere voce in capitolo nel processo di pace che si sta (forse) per avviare.

Diciamo “forse” perché in questo momento la cautela è d’obbligo. Siamo solo ai preliminari del dialogo e non sappiamo ancora come e quando le trattative tra Usa e Russia (vedremo in che modo verrà coinvolto Volodymyr Zelensky) effettivamente partiranno.

Forte è però la sensazione che l’Ue sia destinata a recitare un ruolo secondario nei colloqui, sensazione che è peraltro rafforzata dal fatto che Trump è partito in quarta senza minimamente preoccuparsi di consultare (e neanche di informare) gli alleati europei.

Ad alimentare i timori Ue sono anche le recenti dichiarazioni del presidente ucraino dalle quali emerge chiaramente che Zelensky non crede molto in un possibile ruolo dell’Europa: «Gli incontri tra Ucraina e America – ha osservato – sono per noi una priorità. E solo dopo questi incontri, dopo che sarà elaborato un piano per fermare Putin, penso che sarà giusto parlare con i russi». Se quindi, per il presidente ucraino, è “prioritario” accordarsi con gli Usa, se ne deduce che Zelensky giudichi del tutto “secondario” il rapporto con l’Europa.

Fanno quindi bene gli europei ad allarmarsi e diciamo anche che avrebbero tutte le ragioni di indignarsi per un’eventuale esclusione. E ciò innanzi tutto perché la guerra si sta svolgendo alla frontiera dell’Ue. Poi perché le sanzioni antirusse, che l’Europa è stata in vario modo costretta ad adottare, hanno danneggiato prima l’Europa stessa che non la Russia (ne sa qualcosa la Germania, che ha patito pesanti conseguenze economiche dal fatto che non può più contare sul gas russo a buon mercato). E infine perché sarebbero in primo luogo gli europei ad accollarsi costi (e rischi) di un’eventuale forza di interposizione al confine russo-ucraino.

È giusto, al dunque, escludere di fatto dalle trattative dei soggetti, come i Paesi Ue, che sono direttamente colpiti dal conflitto in atto e che sono altrettanto direttamente interessati all’avvio di un processo di pace? Certo che non è giusto, anche perché agli europei non può che interessare una pace vera, una pace duratura, una pace che eviti il rischio che scoppi un’altra guerra tra qualche anno.

Ma tant’è: la ragione, la giustizia, l’equità sono da sempre destinate a cedere il passo alla forza e alla potenza. E questo principio è purtroppo valido, nel mondo di oggi, non meno che in quello di ieri, non foss’altro perché la nuova presidenza Trump pare avviata a consolidare la tendenza al multipolarismo già emersa negli ultimi anni, la tendenza cioè a impostare le relazioni internazionali sul prosaico confronto tra le priorità geopolitiche delle grandi aree della Terra, piuttosto che sull’affermazione dei “sublimi” ma eterei princìpi del cosmopolitismo, tutte cose  che hanno alimentato gli sdilinquimenti di tante “anime belle” europee dalla fine della guerra fredda a oggi.

E dobbiamo purtroppo osservare che, su questo terreno, vale a dire il terreno dei solidi e concreti interessi da far valere nel confronto tra blocchi mondiali, l’Europa non è molto competitiva per le sue numerose debolezze, a partire dall’insufficiente apparato bellico e per finire al ritardo delle tecnologie d’avanguardia nei vari campi delle comunicazioni digitali e della rete satellitare.

Insomma, invece di lagnarsi per il modo “brutale” con cui Trump sta impostando il processo di pace riguardo alla guerra in Ucraina, gli europei dovrebbero interrogarsi sulle ragioni delle loro debolezze.

Il discorso è certo lunghissimo e non può essere risolto in poche righe. Basterebbe però solo conquistare una condivisa consapevolezza delle ragioni vere, le ragioni “geopolitiche”, della guerra in Ucraina e del perché l’America di Joe Biden non ha fatto nulla per impedirla. Si tratta di ragioni profonde e di lungo periodo e le possiamo ritrovare già in quello che nel 1997 affermò Zbigniew Brzezinski a proposito degli  interessi americani nell’assetto europeo del dopo guerra fredda: «Impedire l’emergere di una potenza eurasiatica dominante e antagonista rimane centrale per la capacità dell’America di esercitare il primato globale».

Un’Europa capace di guardare a 360 gradi ai propri interessi poteva allora (e potrebbe ancora oggi) ostacolare certe mire di Washington. Di qui l’interesse Usa a dividere l’Europa stessa dalla Russia. Di qui anche l’ulteriore interesse americano a far sì che la frontiera russo-ucraina  rimanga anche in futuro una fonte di instabilità. Se non si tiene conto di questo profilo, parlare di ruolo europeo nel negoziare il futuro di Kiev è un mero esercizio retorico.

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