A Bruxelles si muovono. Non con la rapidità dei generali sotto assedio, ma con la pesantezza solenne delle cancellerie europee quando capiscono che il tempo delle illusioni è finito. La Commissione europea si prepara a varare una strategia, questa volta chiamata pomposamente EDIS, per riportare in vita quel che resta del complesso militare-industriale del Vecchio Continente. L’obiettivo è colmare il distacco, ormai imbarazzante, con le grandi potenze del mondo, a suon di incentivi pubblici, scorte strategiche e appelli al capitale privato.
Il documento, fitto di cifre e buone intenzioni, fotografa un’Europa che si scopre improvvisamente vulnerabile, disarmata, e – soprattutto – sola. Si parla di un’economia di guerra, ma in punta di penna, con la prudenza di chi ha paura anche delle parole. Eppure la realtà incalza. Si vuole un’Europa pronta a cooperare, a comprare insieme armi, a condividerne la proprietà. Come dire: dopo trent’anni di disarmo e deindustrializzazione, ci si accorge che senza fabbriche e senza munizioni, i discorsi sulla pace restano chiacchiere.
La cifra sul tavolo fa girare la testa: cento miliardi di euro, da mobilitare in un anno. Se anche la metà fosse vera, sarebbe una rivoluzione per l’Unione Europea, che finora ha preferito finanziare orti biologici e transizioni verdi.
La spinta arriva da Kiev, da una guerra che da due anni ci sbatte in faccia una lezione antica: chi non produce le proprie armi, non difende la propria libertà. L’Ucraina combatte e consuma, l’Europa guarda e si scopre impreparata. Senza una base industriale, ogni alleato diventa una dipendenza.
Non sono più solo gli analisti a lanciare l’allarme. I generali europei parlano chiaro, Macron ha gettato la maschera, e anche a Berlino qualcuno comincia a capire che il tempo degli equilibrismi è finito. La Commissione, nel suo documento, è netta: o si investe insieme o si perde insieme.
Le misure sul tavolo sono tecniche, ma il messaggio è politico. Ordini prioritari, esenzioni fiscali inclusa l’assenza dell’IVA sugli armamenti, il che significa, ad esempio, che un carro armato venduto per un milione di euro non sarà gravato del consueto 22%, risparmiando non poco su ogni pezzo. Si parla inoltre di piattaforme digitali per incrociare domanda e offerta militare. Persino la BEI – quella Banca Europea dei buoni sentimenti – dovrà rivedere i suoi scrupoli pacifisti. Servono coraggio e soldi. Cento miliardi, per cominciare. Chi tace, acconsente al declino.
Il piano c’è, manca la volontà. E l’Europa, come spesso accade, rischia di arrivare tardi anche alla propria difesa. Con il passo stanco di chi ha dimenticato che la storia non aspetta.



