Sara, Ilaria e la società tossica. Ma le madri? Il familismo amorale è un nostro vulnus

lunedì, 7 Aprile 2025
3 minuti di lettura

Sara e Ilaria, due destini incrociati, due nuovi omicidi che si aggiungono all’infinita lista di femminicidi.

Lasciamo perdere per un attimo la follia delle “chat dell’orrore”, che i frustrati e i demòni della “non-realtà” utilizzano quotidianamente come strumento per affermare la loro spazzatura morale e il loro odio esistenziale.

“Non me ne frega niente, trovo difficile empatizzare con una che non mi avrebbe mai concesso il saluto”, oppure “mi amo troppo per stare con chiunque; una che scrive così è un’esaltata” (commenti relativi alle ultime conversazioni di Sara Campanella col suo assassino), oppure, “prepariamoci a mesi di fiaccolate, scarpe rosse, piantini sui social e dibattiti tv per queste due”, non sono frasi degne della civiltà umana.

Lasciamo anche perdere la narrazione, strumentalizzata dalla sinistra mediatica, intellettuale e politica, che mira ad associare i femminicidi al patriarcato e quindi, alla destra arcaica di governo che “cassa i diritti e non rispetta la dignità delle donne”.

Affrontiamo queste due recenti e dolorose vicende di cronaca da una diversa angolazione. Parliamo della tossicità che si respira già in famiglia. Famiglia che da “paradiso educativo” può trasformarsi inesorabilmente in un “inferno”. Una gabbia dove le pulsioni, le proiezioni e aspettative dei genitori sui figli, conducono spesso a trasmettere codici, comportamenti e posture, in perfetta coerenza con modelli culturali sbagliati e con quel “familismo amorale”, autentica spina nel fianco della nostra tradizione italiana.

Tradotto: il privato è l’unica realtà, il pubblico, le sue regole, le leggi, la sfera sociale, le relazioni, lo Stato, non esistono, sono solo un luogo di puri interessi e di predazione. All’interno delle mura domestiche, infatti, vige la completa deresponsabilizzazione dei propri membri rispetto ad azioni esterne, specialmente se illegali e molto spesso criminali. Ed è così che abbiamo padri che fanno i sindacalisti dei figli o madri che li difendono, viziano, relativizzando il bene e il male, negando la realtà vera e se accade qualcosa di sbagliato sono le prime che giustificano anzi, si sostituiscono a loro. Un Dna che produce unicamente guai.
Cosa mi ha colpito della morte di Sara e Ilaria? Proprio il comportamento delle madri (con i padri a latere o addirittura assenti).

Mark Samson, secondo le sue ammissioni, ha ucciso Ilaria Sula, perché geloso di un nuovo flirt e considerandola ancora una sua proprietà ha ritenuto legittimo sopprimerla, piuttosto che rassegnarsi al lutto di un abbandono totalmente naturale nella vita di coppia.

Ma la madre di Mark non ha sentito? Come si spiega tale sordità o cecità in un appartamento di appena 50 metri quadrati? E il coltello, come mai non si trova? E le stesse tracce di sangue, perché sono sparite? Chi le ha lavate? Domande che non hanno al momento una risposta, ma che lasciano intendere una qualche responsabilità o complicità famigliare.

Più inquietante la comunicazione della madre di Stefano Argentino, reo confesso dell’omicidio di Sara Campanella, che nemmeno era la sua fidanzata, ma soltanto un’ossessione morbosa. Della serie, non solo devi essere una mia proprietà, ma se non sei mia, non devi essere nemmeno di qualcun altro.

E quello che si evince dalle ultime conversazioni tra i due è la assoluta mancanza di senso oggettivo, segno di una inquietante alterazione della percezione, tarata da un egotismo malato, da parte di Stefano che di fronte ai reiterati “no” della ragazza, non capiva o faceva finta di non capire, vendendo e ribadendo una sua realtà immaginaria e immaginata.

Un’alterazione che senz’altro non è soltanto il frutto dei social, ma pure di atmosfere e messaggi che sicuramente si trasmettono in famiglia.
La madre di Stefano, Daniela Santoro, quando ha sentito il figlio, che aveva appena ucciso la ragazza (dicendo che l’ha saputo dopo), si è chiaramente concentrata sul dolore, o sul presunto dolore del figlio, il quale doveva, voleva, minacciava, di uccidersi, vittimizzandosi.

In sostanza, si è fatta carico istintivamente del fardello emotivo del figlio, sottacendo la verità oggettiva che va chiamata per nome: omicidio.

Tradotto dalle sue frasi: “Ho aiutato mio figlio perché si voleva uccidere. Diceva di essere disperato, di avere fallito e della sua incapacità di provare sentimenti”.
E ancora: “Sono rimasta sconvolta”. Domanda: chi c’è al centro? Risposta: il figlio e la madre. Sara evaporata. L’altro è una dimensione che per il familismo amorale è quasi inesistente.

Attenzione, nessuno condanna moralmente il cuore delle madri. Diciamo che i loro comportamenti viscerali sono consapevolmente o inconsapevolmente figli di una precisa cultura e di schemi che dobbiamo abbandonare se vogliamo educare e crescere ragazzi sani, futuri cittadini, consapevoli degli effetti e della responsabilità delle loro scelte.

Figli che vanno condannati quando sbagliano e aiutati quando cascano a rialzarsi. Ma partendo dalla realtà e dalla verità.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.