Ottime notizie da quel Regno Unito che si pregiava di essere la bandiera dei diritti civili, dell’inclusione, della mistica scientifica, fino al punto di certificare la soppressione dei malati “inguaribili”, ma non “incurabili”, come i piccoli Alfie Evans o Charlie Gard, i cui dolorosi casi hanno colpito e sconvolto l’opinione pubblica.
La Corte Suprema di Sua Maestà ha accolto ieri, il ricorso presentato da un’associazione femminista scozzese contro il governo locale: “Le transgender non hanno diritto a essere riconosciute come donne dalla legge e a condividere le tutele previste per chi sia nato biologicamente femminile”.
Tradotto (l’effetto è chiaro): donna è solo chi nasce donna. Finalmente restituito il primato del sesso biologico.
Due considerazioni: ci voleva una sentenza (tra l’altro espressa in modo unanime dai giudici) per riaffermare il buon senso? Per una volta dobbiamo apprezzare l’intervento della magistratura, che a livello italiano ed europeo sembrava come sembra, costituire in molte occasioni l’altra gamba della sinistra politica, tanto da normalizzare situazioni di fatto sempre a senso unico.
E poi, comincia a muoversi tutto un fronte progressista, cioè le femministe, che già a suo tempo si era schierato contro l’utero in affitto (basti pensare alle associazioni francesi), non nel nome di una postura conservatrice, moderata, o cattolica e quindi, fedele alla dottrina della Chiesa, ma nel nome della dignità del corpo femminile che non può diventare “un utero commerciale”.
Un segno estremamente interessante che rompe la compattezza del mondo laicista e che apre forse un varco positivo per il futuro.
Speriamo adesso che il femminismo doc possa continuare a evitare una deriva inaccettabile anche per lui che ha raggiunto livelli di guardia pericolosi.
Aver contribuito a bloccare la pretesa delle transgender scozzesi di beneficiare delle tutele previste per chi è biologicamente donna, oltre a evitare pericolose promiscuità a livello sociale e pubblico, scrive nero su bianco una distinzione di principio che andava ribadita.
La sentenza della Corte Suprema, infatti, ha riaffermato nella sostanza la distinzione tra maschio e femmina, ignorando ogni identità intermedia. E ciò va detto, non vuol dire comprimere i diritti individuali (a partire dalle discriminazioni), che sono e devono essere garantiti. Impedisce e impedirà solo la rappresentazione pubblica di una pluralità di generi nelle istituzioni, nei posti di lavoro e nei servizi sociali.
E anche se Lord Hodge (il magistrato che ha letto la sentenza) ha raccomandato di non interpretare il dispositivo come “il trionfo” di una parte ai danni dell’altra, il dato è tratto: un altro passo in avanti nello scontro tra due visioni inconciliabili di modernità: quella “laicista”, basata sul primato della mente, della percezione (del sesso scelto contro il sesso assegnato alla nascita), dei diritti civili, dell’individualismo di massa, dell’uomo globale, e quella “antropologica”, basata sul primato della vita, della famiglia naturale e delle identità storiche, culturali e religiose dei popoli.



