“Pace mondiale a pezzi”: Turchia, Riad, Roma. Tutti gli incontri e le partite in ballo

lunedì, 12 Maggio 2025
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Incontri del terzo tipo o di ogni tipo. I giorni, le settimane, i mesi che verranno potrebbero segnare forse (o finalmente) il discrimine definitivo tra il bene e il male, tra la guerra e la pace, tra il benessere e la miseria.

In soldoni, potrebbero scrivere, nero su bianco, le pagine del nuovo ordine mondiale gestito da leader internazionali che però, va detto, pensano per ora solo a giocare poker, a fare strategie, a promettere e rimangiarsi le parole, e a fingere di muoversi solo per stanare e smascherare l’avversario.

L’unica novità al momento è l’irruzione affascinante e sorprendente di papa Leone XIV che, sia dal punto di vista teologico, sia come messaggi urbi et orbi, non sta sbagliando un colpo; sta conquistando tutti col suo amore e la sua ortodossia dottrinaria.

E soprattutto, sta dimostrando di essere unicamente sé stesso, diverso dagli altri e non la fotocopia di nessuno. In errore quindi, chi cerca disperatamente di accostarlo a papa Francesco (e qui assisteremo a tante sorprese), e assolutamente ridicolo il tentativo del mainstream di identificarlo con una postura “anti-Trump” che non ha nulla a che vedere con la politica e le sue categorie, ma solo col solco della pura Dottrina sociale della Chiesa sancita da Leone XIII (la Rerum Novarum), a cui Prevost si è palesemente ispirato.

Dunque, Putin (salvo ripensamenti) andrà giovedì in Turchia. E Trump che si ostina a recitare la parte del regista, a corto di risultati (il guaio degli annunci populisti), per intestarsi almeno qualche vittoria, dice di aver quasi costretto Zelensky a partecipare, annunciando da indovino che “ci saranno cose buone dall’incontro”. E già in molti scommettono, che vorrà essere anche lui della partita. Pensate che colpo di scena “epocale” per i tanti disfattisti.

Sicuramente Erdogan sta guadagnando punti. Ma una cosa è certa: l’Europa conta sempre meno. D’altra parte, come potrebbe, vista la sua insipienza e liquidità politica, con capi “volenterosi” che non godono del consenso nemmeno in casa loro (in primis, Macron), e visto il fatto che non si può essere arbitri e schierati per Kiev al tempo stesso.

Ma tra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare: quando si passa dagli annunci ai fatti, arrivano i dolori. Entrando nel merito, Putin ha aperto alle trattative “senza condizioni”, ma Zelensky (che ha sentito il papa), ha replicato chiedendo una tregua di 30 giorni.

Come si può pensare, infatti, che lo zar possa farsi fregare così?

E’ evidente che per Mosca le tregue, la cessazione delle armi, nascondono il riarmo sotterraneo. E tanto per non passare da scemo, continua a bombardare l’Ucraina in lungo e largo.

E ancora: dopo la guerra dei dazi, un’altra svolta “commerciale”: Usa e Cina torneranno ad accordarsi. Per 90 giorni i due Paesi sospenderanno i loro dazi doganali punitivi.

Secondo una dichiarazione ufficiale congiunta, in chiusura di un weekend diplomatico tra le opposte scuderie, tenutosi in Svizzera tra sabato 10 e domenica 11, la sospensione entrerà in vigore “entro il 14 maggio”. Poi si passerà a nuove aliquote.
Un segnale incoraggiante che conferma l’imprenditorialità del tycoon (chiede 100 e negozia 50), e pure la forza attrattiva della Cina.

Dazi e non solo. Il presidente Trump ha annunciato l’intenzione di parlare direttamente col presidente cinese Xi Jinping, entro la fine della settimana, anche per fermare la diffusione del fentanyl (oppioide sintetico).

Se giovedì in Turchia ne vedremo delle belle, questo mercoledì Trump sarà a Riad. E vedremo come andrà la trattativa annunciata con Hamas.

E pure qui, squilli di tromba: Donald vorrebbe annunciare il nuovo cessate il fuoco a Gaza, la liberazione degli ostaggi e la consegna di cibo e medicine alla Striscia mentre si trova nella regione. Ci riuscirà?

Intanto infine, incombe per ultimo il summit di Roma (ancora avvolto nella nebbia), tra lui e la Von der Leyen, sotto l’egida della Meloni, molto abile finora per tenere i piedi in due staffe, la testa a Bruxelles e il cuore alla Casa Bianca.

Insomma, se papa Francesco parlava di “guerra mondiale a pezzi”, adesso è il tempo (sembra) della “pace mondiale a pezzi”. Basta che guerra e pace non ci facciano a pezzi.

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