Trump, c’è o ci fa? Ecco l’ambiguità e la violenza del suo nuovo ordine mondiale. Consigli per noi

lunedì, 26 Maggio 2025
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La domanda che tutti si fanno è se Trump “c’è” o “ce fa”, come direbbero a Roma. La risposta non è facile.
A livello istintivo, emotivo, siamo stati tra i primi che hanno aperto a lui, al suo modo di essere leader, alle sue ricette economiche, la tutela dei lavoratori americani, la sua controriforma culturale, politica, ideologica (la battaglia contro la cultura woke, il politicamente corretto, il pensiero unico laicista, la casta dem liberal, radical, sinonimo di immigrazione facile, eccessivo lassismo, garantismo ad esempio, sulla sicurezza; sinonimo di quel globalismo e di quell’ “esportazione della democrazia” che ha causato tante, troppe guerre).
Ma una riflessione sostanziale dobbiamo pur farla. Innanzitutto la Casa Bianca sta disegnando di fatto e in modo irreversibile, riteniamo, le fondamenta di un “ordine mondiale 2.0”, che riafferma su basi diverse e più complesse, “la legge del più forte”, la totale, perfetta, commistione tra affari e geopolitica (cosa che d’altra parte, ha sempre caratterizzato la strategia estera Usa, vestita di “libertà e di anticomunismo”), e una nuova guerra fredda, incentrata su rapporti esclusivamente bilaterali tra Stati e sullo scontro non più tra Usa e Russia (ex-Urss), ma tra Usa e Cina.
E da questo punto di vista, è ovvio e scontato, che i primi avversari di tale impostazione, siano le vecchie istituzioni, costruite in progress dopo il 1945. Tradotto, in primis la Ue, la Nato, demolendo il concetto di Occidente, categoria alla quale il tycoon assolutamente non crede.
Morale, inutile tentare di agganciare, codificare, certificare, analizzare, anche criticare, la sua comunicazione e i suoi atti con parametri passati, o peggio, letture morali, religiose, tipo “guerra giusta”, “pace giusta”, “politica commerciale realistica”, “primato dell’interdipendenza dei mercati” etc.
Trump, da imprenditore-squalo, che incarna abbastanza bene il Dna americano, alza perennemente il tiro per poi mediare, ribadendo la regola che “vince chi mena per primo”.
Ma il continuo altalenarsi di frasi contrastanti, rischia di far impazzire la maionese.
Un giorno sui dazi bacchetta Bruxelles, un giorno decide la proroga, un giorno li annuncia al 50% e ieri si rimangia la parola, parlando di luglio, come termine ultimo per avviare i negoziati.
Stessa cosa, per quanto attiene alla guerra: si concentra sull’Ucraina, promette la fine delle ostilità “in 24 ore”, poi si arrende alla consumata millenaria, militare rendita di posizione zarista di Putin, giocando con la Ue come col gatto e il topo: anche qui, un giorno esclude e ridicolizza i “volenterosi”, poi li affianca evocando le sanzioni a Mosca e si lamenta con Putin, bastonando però, contestualmente pure Zelensky (“ogni sua parola è un pericolo per la pace”).
E se il dossier-Kiev non va in porto almeno per il breve periodo (le diplomazie sono comunque al lavoro), stante le difficoltà pratiche, le precondizioni-capestro e le mille domande inevase (Zelensky, che ha già venduto le terre rare a Trump, non concederà mai le elezioni, non cederà mai tutto il Donbas, non rinuncerà mai a non farsi proteggere dalla Nato, altro che neutralità, che vuol dire diventare una colonia di Mosca. Sa bene che ciò vorrebbe dire morire in patria, una sorta di piazzale Loreto pronto per lui); allora Trump si butta a capofitto in Medioriente, giocando tra l’Iran, la nuova Siria e un Israele sempre più indigeribile.
Insomma, il presidente Usa spariglia i giochi, ma alla fine rischia di sparigliare pure sé stesso. Un suo obiettivo almeno per adesso è andato a buon fine: la democrazia americana è stata violentata e rivoluzionata. E il mondo deve prenderne atto. Niente sarà più come prima.
A partire dai suoi annunci opposti che hanno solo come unico merito, quello guadagnare in borsa, forse lui, o sicuramente i suoi più stretti e potenti collaboratori (i famosi tecno-feudatari).
Come farà la Meloni a galleggiare tra un Trump così volubile, evanescente, liquido, sorprendente, alleato fedele-infedele?
Anche lei, se il tema è ricondurlo a schemi occidentalistici classici, potrebbe fallire. Vanificando quella funzione di pontiera che si è positivamente ritagliata.
L’unica chance per dialogarci è comprendere quel nuovo ordine mondiale che il tycoon sta imponendo.
Ma in ciò c’è la differenza abissale tra il patriottismo cui si richiama la nostra premier e il populismo sovranista, pallida parodia del patriottismo.
Seguirlo su questa strada è sbagliato.

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