Nel 2022, l’Unione Europea ha varato dieci pacchetti di sanzioni contro la Russia, colpendo banche, individui, settori strategici ed energia. L’obiettivo era chiaro: piegare l’economia di Mosca e fiaccare la macchina bellica. Ma due anni dopo, a conti fatti, sono molti gli analisti – e non pochi industriali – a chiedersi se, numeri alla mano, non sia stata proprio l’Europa a pagare il prezzo più alto.
In Germania, il cuore industriale del continente, l’effetto domino è stato devastante. Il PIL tedesco è entrato ufficialmente in recessione tecnica già nel primo semestre 2023. L’industria chimica, una delle più energivore, ha visto crollare la produzione del 25% rispetto al 2021. BASF ha annunciato 2.600 licenziamenti e la chiusura di stabilimenti storici in Europa, spostando parte delle attività in Cina e Stati Uniti. Il presidente Martin Brudermüller ha parlato apertamente di “deindustrializzazione accelerata”.
Nel 2022, il prezzo del gas naturale in Europa ha toccato i 300 euro al MWh, contro una media di 15 euro pre-crisi. I governi europei hanno dovuto varare piani di emergenza energetica: la Germania ha speso oltre 260 miliardi di euro in sussidi, la Francia 100 miliardi, l’Italia quasi 90. Secondo stime FMI, coprire completamente l’aumento dei costi energetici avrebbe comportato una spesa pari al 6% del PIL europeo, ovvero più di 1.000 miliardi di euro in 12 mesi.
L’inflazione nell’Eurozona ha toccato il record del 10,6% nell’ottobre 2022, mai così alta da quando esiste l’euro. In Lettonia, Lituania, Estonia e Ungheria ha superato il 20%. I salari reali sono scesi in media del 4%, con punte del 7-9% in diversi Paesi. La BCE è stata costretta a una serie di rialzi dei tassi che hanno fatto esplodere il costo del denaro, rallentando mutui, investimenti e consumi.
E la Russia? Mosca ha perso circa 300 miliardi di riserve estere bloccate nei conti europei, ma ha resistito. Il PIL nel 2022 si è contratto del solo 2,1% – molto meno del previsto – ed è tornato a crescere nel 2023. Il rublo ha tenuto grazie a controlli di capitale, e nonostante il crollo dell’export verso l’Europa (–9,6%), Mosca ha aumentato le esportazioni energetiche verso Cina, India e Turchia. Il petrolio russo ha continuato a scorrere, spesso aggirando i tetti di prezzo. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, nel 2023 le entrate da idrocarburi hanno rappresentato ancora oltre il 30% del bilancio russo.
La Russia ha militarizzato la sua economia. Ha aumentato la spesa militare al 6% del PIL, ma ha protetto l’occupazione e stimolato la produzione interna. L’industria bellica è in espansione, il debito pubblico sotto il 20%, e l’inflazione è tornata sotto controllo, attorno al 7%. Gli effetti a lungo termine restano incerti, ma nel breve periodo Mosca ha assorbito l’impatto, trasformando le sanzioni in un’opportunità di autonomia strategica.
L’Europa invece sta affrontando una crisi di competitività. Secondo l’IFO tedesco, il 32% delle aziende manifatturiere considera il costo dell’energia un limite all’attività. Il reshoring industriale va verso Paesi meno regolati e con energia più economica, come gli USA. E intanto, il peso delle bollette e dell’inflazione ha spinto milioni di famiglie europee sull’orlo della povertà energetica.
A tre anni dall’inizio della guerra, la domanda è scomoda ma inevitabile: le sanzioni hanno colpito davvero Mosca più di Bruxelles? Se l’obiettivo era fermare la guerra, non è stato raggiunto. Se era piegare l’economia russa, non è successo. Se era salvaguardare l’Europa, forse è stato solo un boomerang.



