Il dramma della scuola: gli studenti che fanno i professori. Ecco perché

domenica, 20 Luglio 2025
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Analizziamo attentamente la prima scena: una commissione universitaria di esame attende una studentessa che forse non arriva. Qualche giorno prima il padre è stato vittima di un folle e crudele attentato. Ma la ragazza, nonostante il dramma lancinante che sta vivendo lei e la sua famiglia, un dramma incurabile e indicibile, ha mantenuto fede a una promessa fatta, a un impegno preso col proprio genitore che le ha sempre detto una frase elementare di vita (di cui ovviamente riportiamo il senso, la sostanza): “Di fronte al male, fai il bene; di fronte allo scetticismo e alla consapevolezza che la società è malata, che esiste la corruzione, che esistono capi che ti sfruttano e tradiscono, fai la tua parte e falla con impegno. Non costruirti alibi per i tuoi fallimenti futuri. Così darai il tuo contributo al bene. La speranza non deve mai morire”.
Questa ragazza era Lucia Borsellino. E il padre Paolo Borsellino, ucciso dalla mafia, tradito da una parte dello Stato, trucidato perché seguiva una pista non da poco: il rapporto tra mafia, politica, economia, finanza, servizi, massoneria. Una morte che aspetta ancora verità.
Seconda scena (cronaca attuale): quattro studenti in successione, come noto, hanno rifiutato di sostenere l’orale dell’esame di Stato che conclude le scuole superiori, preferendo accontentarsi di un voto appena sufficiente ottenuto col curriculum scolastico e le prove scritte. Dopo i primi due casi di Padova e Belluno, sono emersi anche quelli di un 18enne del liceo classico Canova a Padova e di un 19enne iscritto alle Scuole Pie Fiorentine.
I motivi? «Contesto il sistema e non dirò nulla», ha sibilato il primo ragazzo ai commissari d’esame, che da parte loro hanno diffuso una lettera aperta in cui hanno fatto notare come un percorso interamente svolto nelle scuole private possa difficilmente accompagnarsi a una critica al sistema. Di stampo diverso la posizione di Maddalena Bianchi, la renitente di Belluno, che all’esame ha parlato eccome: «Ho scelto di fare un discorso al posto del normale esame di maturità perché sentivo il bisogno di sfogarmi e di far conoscere alla commissione la persona che sono realmente». E ancora: «Nei cinque anni delle superiori ho trovato raramente professori che cercassero di capire veramente noi studenti. Un minimo di umanità ci dovrebbe essere nel rapporto con gli alunni. Ho sempre trovato l’ambiente scolastico decisamente troppo competitivo e perciò disumanizzante».
Che differenza di posture, stili, mentalità, pensieri, messaggi. La figlia di Borsellino non aveva tutte le ragioni per contestare le istituzioni? Eppure ha reagito con dignità, fierezza, consapevolezza di un ruolo, senza sovrapporsi ai ruoli degli altri, senza ergersi a superiore a vent’anni, dimostrando personalità, capacità, reattività, intelligenza. Comprendendo una cosa basilare: la democrazia è fatta dai cittadini e il potere non è un organo monolitico, ma un insieme di persone che fanno sia il bene, sia il male. Ciò che conta è dare un segnale, un esempio virtuoso. E non generalizzare.
Che esempio virtuoso, invece, daranno mai i quattro studenti che si sono rifiutati di sostenere l’esame? Hanno paura del virus, della fine del mondo, della Meloni, della guerra, di dover faticare per vivere? Vogliono essere capiti quando nemmeno loro si capiscono completamente, come del resto tutti noi a quell’età?
Devono essere quindi, per forza capiti, coccolati, viziati dal “papa-sistema”, dallo Stato da mungere, o dalla “mamma-scuola”, nel nome di un buonismo che giustifica, asseconda, rende ognuno autoreferenziale, una piccola divinità?
I professori sono formatori, educatori, divulgatori di conoscenza o sono assistenti sociali, psicologi, psichiatri, preti?
Che c’entra l’umanità, valore ormai religioso e indiscutibile? Come se l’insegnamento fosse per definizione disumano, autoritario e vecchio.
La verità è che ormai nella “società delle pulsioni dell’io” (un eterno ’68, aggiunto al consumismo e all’effetto negativo dei social), è sparito ogni valore, ogni riferimento al rispetto degli altri, degli adulti, delle istituzioni, delle gerarchie. E’ sparita l’oggettività, l’obiettività.
Tutti siamo stati giovani, assolutisti, intolleranti, dogmatici, tutti abbiamo contestato, ma il senso di un percorso da fare, da migliorare per diventare cittadini del domani l’avevamo. E le conquiste personali e collettive non si ottengono senza sacrificio, impegno, dedizione, volontà, passione.
E soprattutto noi a suo tempo, contestavamo qualcosa che c’era. Ecco il punto: se l’autorità è stata cancellata, negata, condannata, macchiettizzata, resa parodia, oggi cosa si contesta? Una melassa senza arte né parte? Una scuola che rischia di essere un parcheggio per assistiti, pigri, sudditi di ogni moda, o per anni di distrazione dai doveri?
Un appello ai docenti: siate più autorevoli e pedagoghi. Le mode e le ideologie del momento non si governano fuggendo, o relativizzando, banalizzando il proprio lavoro con uno sterile paternalismo (il vizio del consenso).
Gli studenti devono essere ascoltati, compresi, certo, ma i ruoli non si discutono. In verità i giovani hanno bisogno proprio del contrario; cercano l’autenticità, i paletti, regole serie, efficaci, esempi da seguire. Di no che aiutano a crescere.
La paura della competizione (giustificata da una uguaglianza demagogica), oltre a una facile narrazione anti-liberista, nasconde l’incapacità di misurarsi con la realtà, con le differenze naturali tra studenti, dentro quella relazione obbligata e ancestrale di “premio-punizione” che, da quando c’è il mondo, migliora e non peggiora le persone.
Per questo si ha paura del voto, del giudizio. Si teme di misurarsi, di vivere, di scendere in campo, di perdere la propria immagine finta (fragilità vera), da influencer, da vincente sulla carta. Do una notizia: la vita è perdere, vincere, pareggiare, ma la partita va disputata. E noi non siamo i nostri limiti. Meglio la protezione morbosa e diseducativa della famiglia-Disneyland o il guscio virtuale del proprio profilo social, dove guardo, osservo, ma non voglio essere giudicato? E cosa costruisco, cosa pianifico, che uomo e che cittadino divento?
La comodità e la facilità non sono un valore. E le prove non sono contro di noi, sono per noi.
Docenti: se accettiamo in classe “l’essere professori ignoranti” da parte degli studenti, rischiamo di trasformarci noi in “studenti fuori corso e inutili”.
Fa bene il ministro Valditara: il prossimo anno chi salta l’orale viene bocciato.

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