Il dazio e la resa: cronaca di una disfatta europea annunciata

lunedì, 28 Luglio 2025
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C’è qualcosa di irrimediabilmente stanco, di burocraticamente rassegnato, nelle parole di Ursula von der Leyen: “Il 15% era il meglio che potevamo ottenere.”

Non una visione. Non una strategia. Una constatazione amara, eppure pronunciata con il tono di chi vuole farla passare per successo. Ma chi mastica un po’ di economia, di politica internazionale e di dignità continentale, lo ha capito subito: abbiamo appena firmato il nostro atto di sudditanza commerciale, piegati a una logica che non è nostra, senza nemmeno più il pudore di fingere il contrario.

Trump, che di negoziati sa poco ma di potere molto, ha ottenuto quello che voleva: un’Europa normalizzata, appiattita, disinnescata. Non più partner, ma mercato. Non più concorrente, ma cliente. Con una mossa sola, ha imposto un dazio unico del 15% sulla quasi totalità dell’export europeo – auto, vino, farmaci, semiconduttori – e si è fatto firmare un assegno da 750 miliardi di dollari per la sua energia, più altri 600 miliardi in investimenti diretti dall’UE negli Stati Uniti.

La presidente della Commissione si aggrappa alla formula del “tetto massimo”, come se bastasse il nome per indorare la pillola. Ma il punto non è l’unicità dell’aliquota. Il punto è che l’Europa ha accettato di pagare la stessa tariffa per una bottiglia di vino toscano e per un’auto elettrica tedesca, come se la complessità del nostro sistema produttivo potesse essere ridotta a una voce doganale. L’Italia, che vive di export e non di stock options, sarà tra le più colpite. Non solo il settore vitivinicolo, che già denuncia un danno di 317 milioni annui e una bottiglia da 5 euro che in USA costerà oltre 15 dollari. Non solo l’automotive, già strangolato da regole europee e ora spiazzato anche in America. Non solo la farmaceutica, che vedrà tassati i farmaci innovativi mentre i generici a basso valore saranno esentati.

Ma il problema è più profondo. Questo accordo segna una rottura nella narrazione europea di sé. Perché l’UE nasceva per contare, per diventare polo, per giocarsela alla pari. Invece è diventata una centrale di compromessi, di regole scritte per piacere a tutti e scontentare i migliori. Trump lo sa. E ha trattato l’Europa come si tratta un fornitore con cui si ha il coltello dalla parte del manico: “o questo, o niente”. Ursula ha preso il “questo” e ci ha detto che è “il meglio”.

Se fossimo negli anni Settanta, un Mattei avrebbe alzato il telefono e risposto con una strategia energetica autonoma. Se fossimo negli anni Ottanta, un De Benedetti avrebbe rilanciato con investimenti industriali in Europa, non svendite. Se fossimo negli anni Novanta, qualcuno a Bruxelles avrebbe ricordato che il libero commercio non è un dogma, ma uno strumento, e che si può anche dire di no. Oggi no. Oggi si firma, si sorride, si chiama “equilibrio” quello che è in realtà un disequilibrio strutturale e culturale.

Perché questo è il punto. L’Europa non è solo un’unione doganale. È, o dovrebbe essere, un’idea forte di civiltà economica. Ma se davanti al primo uomo forte che alza la voce, ci trasformiamo in acquirenti di gas di scisto e pagatori seriali di dazi, allora non stiamo negoziando: stiamo semplicemente obbedendo.

Il vino lo berremo da soli, forse, e le auto le guideremo in leasing. Ma nel mondo che corre, che stringe accordi veri, che fa politica industriale vera, che punta all’autonomia strategica, l’Europa appare per quello che è: un continente che ha paura di decidere.
Trump ha vinto perché sa che un avversario debole non ha bisogno di essere battuto. Basta aspettare che si accontenti.

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