L’accordo tra Donald Trump e Ursula von der Leyen sui dazi americani al 15 per cento sulle merci dei paesi Ue rappresenta uno dei punti più bassi della storia europea degli ultimi decenni. È l’ennesima (e più eclatante) dimostrazione che l’Europa così com’è non serve a nulla e che occorre una riforma radicale e profonda delle regole dell’Unione.
È inutile girarci intorno, la presidente della Commissione di Bruxelles s’è piegata al bullismo del tycoon. E a poco vale tirare un sospiro di sollievo al pensiero di aver “scongiurato” una tassa americana del 30 per cento sulle importazioni dal nostro Continente. Si poteva e si doveva tenere il punto con l’”alleato” americano. Si poteva e si doveva ottenere di più, molto di più. Si poteva e si doveva far capire a Trump che le sue lamentele contro di noi non avevano alcun fondamento e che, nei rapporti economico-politici transatlantici, chi in realtà aveva seri motivi per lagnarsi non doveva essere l’America bensì l’Europa. Si potevano e si dovevano “minacciare” ritorsioni nei settori strategici (e perciò vulnerabili) dell’economia americana, a partire dall’hig tech e dalle corporation del digitale, tutti ambiti in cui potevamo veramente “far male” agli Usa.
Già, Ursula poteva… ma non lo ha fatto. Si è accontentata di “limitare i danni”, mentre Trump ha ottenuto quello che voleva senza colpo ferire. Ha verificato, “The Donald”, che l’Europa ha il ventre molle e i nervi fragili.
Certo, non è stata tutta colpa della von der Leyen, ma della solita, profonda, ormai insostenibile, divisione tra i maggiori Paesi europei, che non sono riusciti a trovare un punto comune nel fronteggiare la prepotenza americana, spaccati com’erano tra il fronte dei “morbidi” (Italia e Germania, le due principali economie manifatturiere dell’Unione) e il fronte dei cosiddetti “duri” (Francia e Spagna, che dipendono meno dalle esportazioni). In tali condizioni, è chiaro che la presidente della Commissione aveva poco margine di trattativa. Ma questa è l’ulteriore conferma che l’Europa ha bisogno di un vero salto di qualità, di una sterzata, di un colpo d’ala, insomma, di una qualsiasi iniziativa che le consenta di conseguire un minimo di coesione politica e ideale.
E dire che, sul tema specifico dei dazi, una visione comune non era poi tanto difficile trovarla. Questa visione comune sarebbe potuta nascere dalla consapevolezza che in realtà, come accennavamo prima, l’Europa avrebbe, nei confronti degli Stati Uniti, più motivi di recriminazione economica che non gli Usa nei nostri.
Per capire di che si tratta, occorre cambiare prospettiva e concentrarci su un parametro diverso da quello dell’import-export, come invece tutti (compresa la generalità dei mass media europei) tendono a fare. Questo parametro è il Pil. Se confrontiamo il Prodotto interno lordo dei Paesi Ue con quello degli Usa, emerge un dato clamoroso (e sconcertante): nel 2008, anno precedente la grande crisi finanziaria dei subprime, il Pil europeo era superiore a quello americano (16,2 trilioni di dollari contro 14,7 trilioni), oggi invece, secondo le proiezioni per il 2025, il Prodotto americano è, non solo più alto di quello dell’Ue, ma lo sopravanza anche di parecchio (26.3 trilioni contro 18.7). Questo significa che, nei 17 anni seguiti all’ultima, devastante crisi finanziaria globale (che è scaturita, ricordiamocelo bene, dal cuore dell’economia americana), in tutto questo tempo, il volume della ricchezza prodotta in America è quasi raddoppiato, mentre quello prodotto in Europa è cresciuto poco più del 10 per cento. Questo significa anche che, nel confronto tra economie, quella europea è diventata assai più “povera” di quella statunitense.
Se poi ai volumi complessivi affianchiamo la potenza delle economie, risulta che le prime cinque società al mondo per capitalizzazione sono tutte americane e appartengono tutte al mondo della tecnologia informatica e dei servizi via web (Apple, Nvidia, Microsoft, Amazon, Alphabet). Aggiungiamo anche, rimanendo in tale ambito, che, sulle 30 corporation più capitalizzate al mondo, ben 26 sono a stelle e a strisce.
Se queste sono le grandezze, se questi sono i numeri globali, di cosa, realmente, ha da lamentarsi Trump? Davvero possiamo pensare che i circa 200 miliardi di surplus commerciale europeo rispetto agli Usa sia qualcosa di più di una bazzecola per una economia, come quella americana, che produce la bellezza di 26.300 miliardi di dollari all’anno?
Eppure è proprio questo ciò che Trump vorrebbe farci credere quando afferma che gli americani sarebbero stati “depredati” dagli europei. Ma il dato sconcertante è che anche la politica e i media europei non hanno opposto, a questa “favola”, i dati reali e complessivi, vale a dire i dati del Pil.
Si può obiettare che non è colpa degli Usa se il Prodotto europeo è cresciuto assai poco rispetto al loro. Ma questa obiezione è infondata, perché la crescita del Pil è strettamente dipendente dagli equilibri geopolitici e finanziari globali, tutte cose su cui gli Usa hanno avuto (e continuano ad avere) un’influenza determinante. E i fatti ci dicono in modo chiaro che gli assetti economici mondiali ricostruiti dopo la crisi del 2008 hanno favorito l’America e penalizzato l’Europa.
Se così stanno le cose, si deve però realisticamente ammettere che il peso dell’Ue è talmente scarso da non poter seriamente contrastare il bullismo di Trump. Rimane però il fatto che il primo passo per ogni processo di rigenerazione e rinascita è il riconoscimento della verità, per quanto scomoda essa sia. E non favoriscono certo la presa di coscienza europea quei giornali e quei politici (e sono purtroppo la maggioranza) che non sanno opporre alle favole propagandistiche americane i solidi argomenti che pure sarebbero dalla parte dell’Europa. Come si legge nel Vangelo di San Giovanni, “la verità vi renderà liberi”, piaccia o non piaccia a coloro che girano nei palazzi di Bruxelles.



