Elezioni regionali. Dietro i nomi, i giochi futuri. La maledizione della Schlein

giovedì, 7 Agosto 2025
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Compiti estivi, problemi settembrini: per la politica si prepara un Autunno molto “caldo”. Le prossime consultazioni regionali saranno un importante banco di prova per tutti.

Primo perché, data l’alta percentuale di votanti (al netto dell’astensionismo), le ricadute indubbiamente saranno nazionali, imporranno riflessioni a 360 gradi, avendo a che fare con la compattezza e il futuro delle coalizioni.

Secondo, perché la Meloni dovrà verificare sul campo quel consenso che sulla carta, sondaggi alla mano, sembra continuare ad avere.

Terzo, a seconda di chi vincerà a sinistra, si deciderà la leadership definitiva del cosiddetto campo largo.

Puglia, Toscana, Veneto, Marche, Campania, Valle d’Aosta, va detto, non sono realtà secondarie, ma una geografia politica estremamente interessante.

E se le perturbazioni interne alla maggioranza sono note, tra una Lega sovranista, Fdi in marcia di avvicinamento verso un’identità sempre più conservatrice (modello An) e Fi, ormai moderata-laicista, pronta a rappresentare, come ha dichiarato Antonio Tajani, “quell’area che va dalla Meloni alla Schlein” (si legga il centro di gravità permanente), in evidente competizione con Renzi e Calenda; le divisioni a sinistra potrebbero compromettere profondamente la futura alternativa all’attuale governo.
Per i candidati governatori, come è noto, siamo ancora in alto mare.

L’estate, fermi i lavori parlamentari, sarà infatti, il luogo dei giochi, dei veti incrociati, degli equilibri da raggiungere, dei nomi indicati e accettati. Una delicata e cruenta sovrapposizione di battaglie, narcisismi e irrefrenabili ambizioni soggettive, che le segretarie chiamano come chiameranno in gergo consueto, “sintesi”.

Il centro-destra dovrà risolvere il rapporto di forza tra uscenti ed emergenti.

Archiviata la questione del terzo mandato, ad esempio in Veneto la Lega vorrebbe gestire direttamente il dopo-Zaia, mentre Fdi rivendica il primato e il diritto di scegliere la persona giusta sulla base delle percentuali numeriche nazionali e non solo. Tradotto, un uomo della Meloni.

Stesso discorso per la Campania (Edmondo Cirielli, in pole position) e Toscana (dove spiccano le possibilità del sindaco di Pistoia, Alessandro Tomasi, un fratellino di provata fede). Discorso che non si pone per le Marche, dove il governatore uscente Francesco Acquaroli ha tutte le carte in regola per essere riconfermato. Mentre Fi dovrebbe avere ragione in Puglia (favorito l’azzurro Mauri D’Attis), e in Calabria, col ritorno di Roberto Occhiuto.

Insomma, il nuovo, vero, bipolarismo è e sarà, il frutto di un’eterna cannibalizzazione fratricida tra alleati e partiti vicini, che ha visto protagonisti nell’ordine, Silvio Berlusconi (col Pdl), Matteo Salvini (con l’idea di Lega nazionale) e ora la Meloni (il partito conservatore-repubblicano di massa da costruire). Si chiama “vocazione maggioritaria”.

E a sinistra?

Al di là dell’andare tutti contro le destre fasciste, sovraniste; al di là dei nomi in ballo, la prospettiva che formalmente chiamano “campo largo” (al momento Renzi e Calenda non vi aderiscono), in realtà, è una strategia bellica di annessione reciproca tra Giuseppe Conte ed Elly Schlein. Con un dato e un precedente da valutare: se il candidato è di estrazione grillina (si pensi alla Sardegna, alla vittoria di Alessandra Todde), l’eventualità di affermarsi è concreta; quando al contrario, è di nomina dem si rischia molto.

In Campania la probabile candidatura di Roberto Fico è sicuramente forte, dato l’alto tasso di populismo emotivo del Sud (reddito di cittadinanza, protesta verso il sistema, oggi “il regime” della Meloni). E da quello che sappiamo l’accordo a livello nazionale tra 5Stelle e Pd è stato raggiunto. Resta da sapere se condiviso pure con la struttura regionale dei due partiti, superando quel macigno che riguarda il caso-De Luca, il quale per uscire di scena e non guidare la transizione a sé stesso, ha chiesto tante, forse troppe, garanzie e contropartite.

Se gli elettori del centro-destra, prescindendo dalle divisioni (in politica economica, e soprattutto estera, su Gaza, Kiev e Trump), sono alla fine storicamente conciliabili, quelli di sinistra lo sono molto meno, specialmente a livello ideologico.

Se per i dem votare un Fico in Campania è solo turarsi il naso, per un grillino doc, antagonista e no-tutto, votare un Matteo Ricci, pure zoppicante (l’avviso di garanzia), vuol dire tradire un preciso Dna.

Dopo le ferie ne vedremo delle belle.

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