Le parole maggiormente andate in circuito urbi et orbi ieri alla Casa Bianca, sono state “spiragli di pace” e “trilaterale”.
Il primo concetto ha a che fare con i diritti d’autore “made in Italy”. Il merito va ascritto indubbiamente alla Meloni, perché è chiaro che il processo avviato dal summit in Alaska in poi, riguarda l’idea italiana di far ruotare la pace intorno all’articolo 5 della Nato.
Tradotto: la sicurezza internazionale (militare ed economica) garantita a Zelensky, in cambio della scontata cessione di ampi lembi della sua sovranità territoriale (il Donbas e non solo). Bisognerà vedere, infatti, come l’ex-comico gestirà la resa. Anche perché ormai di fatto si va verso un accordo preliminare al cessate il fuoco.
“Trilaterale”, invece, è il seguito tecnico delle tante parole che abbiamo ascoltato. Sia se a fine mese si incontreranno i due diretti interessati (Putin e Zelensky), sia se ci sarà anche Trump. Il quale comunque ha vinto. Alla faccia di chi ancora lo “macchiettizza”, movendo dalla sua oggettiva e fastidiosa imprevedibilità imprenditoriale e non politica.
Vincerà sempre lui. Se le cose non dovessero andare bene potrà praticamente asserire che ha fatto tutto il possibile.
Le condizioni da approfondire, come noto, sono tante e delicate. E ognuno deve salvare la propria reputazione. Le vittime saranno come sempre, i cittadini innocenti, i soldati, che rischiano di veder vanificati i loro sacrifici per un accordo sancito a tavolino sulla loro pelle.
Se pensiamo alla cessione dei territori, il cordone di interposizione composto da europei e americani, il riarmo, i soldi a Kiev, le terre rare, la neutralità dell’Ucraina, le sanzioni da confermare e rinnovare, la tabella di marcia per il futuro, al di là della demagogia, si annuncia estremamente complessa.
Addirittura ieri si è rischiato un nuovo incidente diplomatico tra Zelensky e il tycoon. Argomento, le elezioni da organizzare in patria, che celano un pregiudizio da parte americana; un dato che ribadisce la tesi di Mosca: l’illegittimità del presidente ucraino.
E lui dopo vari tentennamenti ha accettato la possibilità di farle, ovviamente a patto che ci siano le condizioni minime di “sicurezza”. Non è una novità che con la scusa dell’emergenza bellica Zelensky abbia cancellato le opposizioni, sciolto i partiti a lui non favorevoli e addirittura tentato di imporre una legge (poi ritrattata grazie alla mobilitazione di piazza) che avrebbe attenuato le misure anticorruzione.
Ma tornando al vertice di Washington, lo spettacolo è stato perfetto. E qui gli esperti si dovranno impegnare molto per separare la retorica, l’ipocrisia dalla realtà. Uno strumento utile a tale decodifica è ad esempio, il rapporto tra le parole e le posture, tra il verbale e il meta-verbale.
Tutti i partecipanti, da Trump ai volenterosi (ribattezzati “cani che abbaiano alla luna”) appalesavano un forte iato tra gli argomenti e le facce.
A volte sorridenti, a volte tirate. L’esatto contrario dei temi espressi, sia da loro, sia ascoltati (subiti) dal padrone di casa: un maestro di cerimonie (false).
L’unica cosa che l’ha certamente gratificato per chi lo conosce bene, è il protagonismo mondiale, il fatto che l’Europa era ai suoi piedi, altro che condivisione dell’Europa, come i nostri capi di governo hanno tentato di dire e dimostrare.
Basti pensare alle telefonate prima e dopo per informare Putin: questa è la sostanza dei fatti. Questa è la prova cinica della legge del più forte.
Per non parlare dei posti assegnati nel primo tavolo, quello dei convenevoli. Unico dato positivo per noi: la Meloni ha parlato prima di Macron e di Starmer. Un bel segno. Una nuova gerarchia, un riconoscimento importante per il futuro dei rapporti bilaterali con gli Usa. E assai divertente, la faccia nervosa e astiosa del napoleone francese, il quale unico tra i partecipanti, si è avventurato in una richiesta da pura elemosina: organizzare pure una riunione quadrilaterale, come dire “per favore, aggiungete un posto a tavola”.
Gli sconfitti per ora, dunque, sono i leader europei. Sembravano degli scolaretti quando parla il preside. Un’unità dell’Occidente fittizia e impotente. Magari con qualche ruolo un domani, quando si dovrà attivare il famoso esercito europeo per frapporsi a quello russo.
E seconda, la sinistra italiana e non. La Meloni, piaccia o non piaccia, ha dimostrato di saper mediare tra Trump e l’Europa. E la difesa ideologica di Kiev, basata su un concetto astratto di sovranità (che pienamente non ha da noi più nessuno), da parte di Bruxelles (soprattutto l’asse tedesco-francese), non porta da nessuna parte e prolunga sine die la guerra.
Come dire, prima gli schiaffi (i dazi), ora le botte (l’inutilità internazionale).



