L’aula del Parlamento europeo è pronta.
Oggi l’assemblea di Strasburgo si esprimerà sulla revoca dell’immunità parlamentare di Ilaria Salis, già detenuta in Ungheria con l’accusa di aggressione a militanti di estrema destra. Un voto formalmente tecnico, ma diventato un caso politico. A rendere incandescente il clima è soprattutto lo scrutinio segreto: nel gruppo dei Conservatori europei (ECR) serpeggia il timore che, nel silenzio dell’urna, alcuni eurodeputati del Partito Popolare Europeo possano votare contro la revoca, ribaltando così la posizione ufficiale del centrodestra. Per respingere la richiesta di revoca dell’immunità bisogna arrivare a 360 voti, l’europarlamentare italiana può contare su 312 deputati di S&D, Verdi e Sinistra.
In Commissione Giuridica, la proposta di revoca era stata bocciata per un solo voto (13 a 12), grazie a due franchi tiratori nel centrodestra. Una crepa che ora rischia di allargarsi in plenaria, dove i numeri sono più incerti e il segreto del voto lascia spazio a scelte individuali fuori linea.
A sostenere l’applicazione dell’immunità è la relazione di Ilhan Kyuchyuk (Renew), secondo cui esistono “prove concrete” di un intento persecutorio da parte delle autorità ungheresi. Un’interpretazione opposta a quella del relatore originario, Adrián Vázquez Lázara (Ppe), che aveva proposto la revoca escludendo ogni “fumus persecutionis” e sottolineando che i fatti contestati a Salis risalgono a prima della sua elezione.
Ma la vicenda ormai ha travalicato i confini giuridici, ha acquisito un forte significato simbolico e politico, senza dimenticare che Ppe ed Ecr (i Conservatori) temono che garantire l’immunità per fatti precedenti al mandato crei un precedente rischioso. Nelle file dei conservatori c’è, però, il timore che alla fine i franchi tiratori del Ppe (soprattutto polacchi, ungheresi – in particolare quelli più ostili a Orban – e tedeschi) nel segreto dell’urna possano mettere da parte l’indicazione di partito e risparmiare il carcere alla Salis.
di Fabrizio De Feo



