Tra Gaza e le coste israeliane si estende un potenziale bacino di 40 miliardi di metri cubi di gas naturale, un valore industriale stimato in oltre 7 miliardi di dollari ai prezzi attuali del gas (7,2 USD per milione di BTU).
L’accordo raggiunto, che si intreccia con le linee del piano di pace proposto da Donald Trump nel settembre 2025, prevede una gestione trilaterale tra Israele, Autorità Palestinese ed Egitto, con un coinvolgimento tecnico di compagnie occidentali già attive nel bacino levantino come Chevron ed Energean.
Il giacimento principale, Gaza Marine, scoperto nel 2000, contiene circa 1-1,4 trilioni di piedi cubici di gas, equivalenti a 30-40 bcm.
La produzione iniziale stimata è di 2,5 miliardi di metri cubi l’anno, sufficiente a coprire il 60% del fabbisogno energetico della Striscia di Gaza e a generare ricavi annui superiori ai 250 milioni di dollari, di cui circa 80 milioni resterebbero alla parte palestinese in royalties e imposte locali.
L’investimento totale per la messa in produzione si aggira su 1,5 miliardi di dollari, con un ritorno in 6-8 anni se i prezzi del gas restano sopra i 6 USD per MBtu. Il progetto rientra nella parte economica del piano Trump, che lega la ricostruzione di Gaza a un fondo di sviluppo finanziato da rendite energetiche e investimenti privati, con un board di garanzia a guida USA.
Israele otterrebbe vantaggi diretti in termini di sicurezza energetica e controllo delle infrastrutture di esportazione: il gas verrebbe infatti inviato via pipeline al terminal egiziano di El Arish per poi essere liquefatto e reindirizzato verso i mercati europei. In cambio, la Palestina riceverebbe quote di energia per uso interno e una partecipazione diretta nel consorzio, stimata al 35%. Ogni 10 bcm estratti genererebbero circa 2 miliardi di dollari di ricavi complessivi, equivalenti a dieci anni di bilancio dell’Autorità Palestinese.
Trump ha previsto nel piano una clausola che subordina l’espansione produttiva al mantenimento del cessate il fuoco e alla presenza di una forza di garanzia internazionale; un meccanismo di “stop automatico” scatterebbe in caso di escalation. L’accordo energetico non è quindi solo economico ma politico: punta a sostituire la logica del conflitto con quella della cointeressenza.
Per l’Italia e per Eni la prospettiva è duplice
Da un lato, l’area rappresenta una naturale estensione del quadrante energetico mediterraneo dove l’azienda è già leader, con oltre 70 miliardi di metri cubi di riserve certificate tra Egitto, Cipro e Libano e una quota rilevante nei progetti LNG di Damietta e Zohr. Dall’altro, l’ingresso come partner tecnico o commerciale nel consorzio di Gaza Marine rafforzerebbe la strategia del “Piano Mattei per l’Africa e il Mediterraneo”, aumentando la sicurezza energetica europea e italiana e riducendo la dipendenza dal gas russo.
Un’eventuale partecipazione Eni, anche solo con una quota del 10-15%, significherebbe circa 300 milioni di dollari d’investimento iniziale e una posizione privilegiata nel futuro corridoio energetico Est-Med, che connetterà Egitto, Israele, Cipro, Grecia e Italia.
Per Roma si tratterebbe di un tassello geopolitico di rilievo: rafforzare la presenza industriale in una regione dove il gas non è più solo una materia prima ma una leva di stabilità, sviluppo e influenza diplomatica.



