Tutti i nodi del piano Trump e la gigantesca “torta” della ricostruzione a Gaza

venerdì, 10 Ottobre 2025
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Gaza

Pace? Per il momento chiamiamola tregua. A Gaza dopo 735 giorni di guerra tacciono finalmente le armi grazie alla ratifica dell’accordo da parte del governo israeliano nonostante il voto contrario di cinque ministri. Lo status quo sarà monitorato da una task force formata da soldati statunitensi, egiziani, qatarini, turchi e, probabilmente, anche emiratini. Entro martedì avverrà la liberazione dei venti ostaggi vivi in cambio di 1.950 prigionieri palestinesi, tra cui però non ci sarà Marwan Barghouti sul quale Israele sembra irremovibile. I miliziani hanno chiesto dieci giorni, invece, per recuperare i corpi degli ostaggi morti. Israele e Hamas si sono piegati, per ora, ad un’azione diplomatica senza precedenti. Ma i nodi arrivano adesso, uno per ogni punto del piano Trump. La diplomazia si augura che sia l’abbrivio verso una soluzione duratura ma è consapevole che la strada per raggiungerla è assai tortuosa.

Hamas deve cedere le armi, una decisione dolorosa per un movimento che nasce come esercito di resistenza. Ora per quanto si tratti di un equipaggiamento leggero difficilmente il gruppo terroristico si disferà di tutto, è lecito attendersi una riserva ben nascosta in caso di “necessità”. Si presume infatti che ci siano ancora centinaia di combattenti contrari alla resa. Per quel che concerne la consistenza, secondo gli analisti Hamas conterebbe ancora su 11mila militanti, ma ha perso il 90% degli ufficiali e il 97 % di razzi. Resta sempre il mistero dei tunnel: quanti ve ne sono ancora? Per alcuni osservatori ancora troppi. Chiuderli sarà uno dei compiti prioritari della ricostruzione.

L’intesa prevede anche il ritiro da parte di Israele. Nelle richieste di Hamas il risultato deve essere uno sgombero totale ma, intanto, Tel Aviv ha precisato che manterrà al momento il controllo del 53% del territorio. Facile comprendere come il mancato disarmo, da una parte, o un’occupazione prolungata, dall’altra, possano diventare la scintilla per una ripresa delle ostilità.

La ricostruzione richiederà, secondo stime dell’Onu, 53 miliardi di dollari per Gaza e Cisgiordania e si lega a doppio filo alla creazione del governo temporaneo che prevede la presenza americana con un ruolo per Trump, per il possibile “governatore” Tony Blair e per l’Anp. Non per Hamas. Ma c’è chi non la pensa così: «L’Anp di Abu Mazen ha perso e perde forza anche la prospettiva dei due Stati – spiega al Messaggero l’ex segretario generale della Farnesina, Ettore Sequi – Hamas è oggi controparte negoziale, anche se indiretta, al di là dell’obiettivo di smantellarla. Chi ha vinto con questo accordo? Certamente ha vinto Trump, almeno in questa prima fase. Ha vinto anche l’aspetto umanitario, da entrambe le parti: ostaggi israeliani e gazawi. Hanno pareggiato Netanyahu e Hamas, che erano sotto forte pressione. E hanno vinto i Paesi della regione – dice ancora Sequi al Messaggero – che escono con una prospettiva di stabilità fondamentale per l’Arabia Saudita, che dopo l’attacco a Doha ha siglato un accordo col Pakistan, per il Qatar che punta a un’intesa con gli Usa, per gli Emirati che avranno un ruolo centrale nella forza di stabilizzazione, e per la Turchia che rientra alla grande nel gioco, si pone come interlocutore privilegiato e questo le porterà “dividendi” in Siria».

E l’Unione europea? Sosterrà la ricostruzione di Gaza con una prima tranche di 120 milioni di euro, a sottolineare l’impegno finanziario e politico di Bruxelles a sostegno della ripresa e dello sviluppo della Striscia. E con essa i maggiori paesi occidenti, tra cui l’Italia, pronti a entrare nella partita della ricostruzione.  Più volte accusata di irrilevanza nella guerra tra Israele e Hamas, l’Europa teme ora di restare ai margini del futuro di Gaza. L’inquietudine dei partner Ue è trapelata dalle parole di Ursula von der Leyen, che si è affrettata a definire l’intesa sulla prima fase del piano di Donald Trump «un’occasione da cogliere al volo» per ritagliarsi un ruolo verso la soluzione dei due Stati. A Parigi, dove Emmanuel Macron ha accolto i ministri degli Esteri dell’E4 europeo (Francia, Germania, Italia e Regno Unito) e del Quintetto arabo (Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania e Qatar), insieme ai rappresentanti di Ue, Canada e Turchia, per definire linee comuni su sicurezza, governance e ricostruzione bisognerà integrare il disegno di Washington.

Il nodo centrale resta la soluzione a due Stati, sulla quale negli ultimi mesi le differenze si sono moltiplicate tra il fronte guidato da Parigi favorevole al riconoscimento della Palestina e Germania e Italia che chiedono invece di avviare negoziati preliminari. Gli insediamenti, nell’avvertimento del presidente francese, «acuiscono la minaccia esistenziale per lo Stato palestinese». La coesistenza resta l’obiettivo, ma ci sono ancora molte tappe da completare, frena il capo della diplomazia tedesca, Johann Wadephul, riaffermando che tutti i prossimi passi dovranno essere coordinati con Israele.

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