La legge di bilancio 2026 approvata dal Consiglio dei ministri vale 18,7 miliardi di euro, in aumento rispetto ai 16 miliardi iniziali, ma la sua architettura racconta una realtà evidente: il vero limite non è politico, ma contabile. L’Italia resta ingabbiata nei vincoli del nuovo Patto di Stabilità europeo, che impone una riduzione del deficit strutturale dello 0,5% l’anno e un percorso di rientro del debito pubblico sotto il 130% del PIL entro il 2030.
Il margine di manovra del governo è dunque strettissimo. Nonostante l’incremento di risorse – garantite da 4,3-4,5 miliardi provenienti dal sistema bancario e assicurativo, spending review e rimodulazione del PNRR – la manovra resta “compressa”: serve più a mantenere gli impegni con Bruxelles che a rilanciare strutturalmente la crescita.
Le cifre ufficiali
Il pacchetto prevede:
– 1,6 miliardi per il sostegno alle famiglie, con il bonus mamme che sale da 40 a 60 euro al mese e l’esclusione della prima casa dal calcolo ISEE;
– 2,8 miliardi per la riduzione dell’IRPEF, con la seconda aliquota che scende dal 35% al 33%;
– 1,9 miliardi per il sostegno ai salari, con la detassazione dei premi di produttività e dei turni festivi;
– 8 miliardi destinati alle imprese, inclusa la “Nuova Sabatini”;
– 3,5 miliardi nel triennio per natalità e congedi parentali;
– proroga dei bonus edilizi e incentivi per l’efficienza energetica.
Il tutto mantenendo il deficit 2026 al 3,4% del PIL, appena sotto la soglia di Bruxelles.
Le stime governative fissano la crescita del PIL allo 0,9% nel 2026, con un’inflazione attesa al 2,1%. Numeri modesti, ma “compatibili” con i vincoli del Patto, che limita la spesa pubblica netta alla crescita del PIL potenziale. In pratica, ogni euro aggiuntivo speso deve essere compensato da un taglio o da nuove entrate: un meccanismo che sterilizza la capacità espansiva della politica fiscale.
Secondo il Ministero dell’Economia, la sola revisione del Patto comporterà nel triennio 2026-2028 un risparmio forzato di circa 15 miliardi rispetto alle proiezioni precedenti. Risorse che avrebbero potuto finanziare scuola, sanità o investimenti produttivi.
La premier Giorgia Meloni ha definito la manovra “seria e coerente”, ma anche lei ha riconosciuto che “è più leggera delle precedenti perché tiene conto del nuovo quadro europeo”.
La realtà è che la manovra 2026 rappresenta un esercizio di equilibrio: garantire stabilità contabile per evitare una procedura d’infrazione, ma al prezzo di un minore impatto sulla crescita reale.
Le opposizioni parlano di una “finanza pubblica commissariata da Bruxelles” e denunciano il rischio di “una manovra di sopravvivenza”. Persino alcuni osservatori indipendenti – da Cottarelli al Centro Studi Confindustria – sottolineano che, con un debito al 137,6% del PIL e una crescita sotto l’1%, “senza un allentamento del Patto non esiste spazio per politiche anticicliche”.
In sintesi, la manovra da 18,7 miliardi non nasce povera: è resa povera dal contesto. Il nuovo Patto di Stabilità, approvato lo scorso aprile, prevede una riduzione annuale del debito “in linea con la sostenibilità a medio termine”, ma applicato all’Italia significa congelare l’espansione della spesa pubblica.
Il risultato è un bilancio “corretto” ma non trasformativo. Meno tasse, piccoli bonus, investimenti contenuti. Tutto entro i binari fissati da Bruxelles. Il rischio, per il 2026, è quello di un Paese che cresce meno di quanto potrebbe, non per mancanza di idee o volontà, ma per l’assenza di libertà fiscale.
In definitiva, il problema non è la manovra: è il Patto di Stabilità, che continua a considerare la spesa pubblica non come un investimento per il futuro, ma come un debito da ridurre.



