Referendum sulla giustizia, si prepara in questi giorni l’ordalia che deciderà il trend politico dell’ultima parte della legislatura, se cioè il vento sarà ancora favorevole a Giorgia Meloni oppure se Elly Schlein & Compagni saranno in fase di rimonta rispetto a un centrodestra che è dato al momento per favorito.
Non c’è, per la verità, solo la questione referendum sul tavolo del confronto maggioranza e opposizione, c’è anche il capitolo della legge elettorale. Ma si tratta di un tema su cui si potrebbero registrate convergenze tra centrodestra e campo largo, essendo entrambi gli schieramenti interessati a evitare un possibile pareggio nelle elezioni dell’anno prossimo e quindi fare in modo che dalle urne esca un Parlamento capace di esprimere una maggioranza chiara, invece dei soliti governicchi del recente passato fondati sull’inciucio.
La prova generale, se possiamo dire così, delle consultazioni politiche sarà quindi la sfida sulla separazione delle carriere tra pm e giudici nonché sul nuovo Csm, anzi, per essere più precisi, sul suo sdoppiamento.
Entrambi gli schieramenti stanno ammassando “truppe” al fronte, che nella fattispecie saranno i comitati per il Sì e quelli per il No. Dietro i primi ci saranno, oltre che i partiti della maggioranza, anche le Camere penali (gli avvocati), dietro i secondi troveremo invece i magistrati organizzati nell’Anm. Sono già stati scelti i testimonial. Quello del fronte del Sì sarà Antonio Di Pietro, l’uomo simbolo di Mani Pulite che ha spiazzato tutti scendendo in campo contro il “partito” delle Procure. Frontman del No sarà invece Giovanni Bachelet, figlio di Vittorio, il giurista ucciso dalla Brigate Rosse nel 1980. Insomma, i duellanti stanno scaldando i muscoli e nei prossimi giorni l’atmosfera si farà sempre più calda.
C’è però un tema su cui si sta già accendendo lo scontro: la data in cui far svolgere il referendum confermativo. Il governo vorrebbe anticiparlo ai primi di marzo, mentre l’opposizione (e i giuristi che l’appoggiano) spingono per ritardarla fino al mese successivo. Sembra un dettaglio, ma non lo è. Potrebbe rivelarsi un fattore decisivo, se non proprio per decidere l’esito dello scontro, quantomeno per stabilire le percentuali finali che otterranno i due schieramenti.
Il centrodestra è interessato a una campagna referendaria che sia la più breve possibile perché il fronte del Sì è al momento favorito dai sondaggi: il 57% degli elettori è favorevole alla riforma, il 37% contrario, il rimanente 10 ancora non ha deciso (dovrebbe andare a votare circa il 53% del corpo elettorale). Si tratta di un margine di vantaggio bello ampio, ma non tale da rendere scontato l’esito del referendum. Nella maggioranza serpeggia il timore che il fronte del No possa recuperare posizioni quando lo scontro si farà più caldo e si “politicizzerà”. Più breve è la campagna referendaria e meglio è per il governo.
I giuristi contrari alla riforma dicono che bisogna aspettare almeno 50 giorni dal 1° febbraio perché fino al giorno precedente è aperta in teoria la possibilità che un qualsiasi altro comitato promotore possa chiedere l’indizione del referendum. I promotori del Sì si appellano invece alla legge 25 maggio 1970, n. 352 secondo la quale il referendum deve essere indetto con decreto del Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei ministri, entro «sessanta giorni dalla comunicazione dell’ordinanza che lo abbia ammesso». Le prime quattro richieste di consultazione referendaria sono state ammesse il 18 novembre da un’ordinanza dell’Ufficio centrale per i referendum e ci sarebbero quindi i tempi per far svolgere il referendum nella prima settimana di marzo.
Chi ha ragione? Lo sapremo presto. Certo è che, quando il gioco politico si fa duro, anche le questioni di lana caprina diventano strategiche.


