Il 2025 della politica è stato un anno senza strappi e senza accelerazioni. Un anno all’insegna della stabilità, come si usava dire al tempo della Prima repubblica per esorcizzare ogni possibile avanzata delle opposizioni.
Tutti i sondaggi più recenti segnalano – zero virgola per cento in più o zero virgola per cento in meno – un grado di consenso pressoché immutato per ciascuna delle principali forze politiche. Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani, Elly Schlein e Giuseppe Conte mantengono intatta la loro presa sui rispettivi bacini di opinione. C’è stata, per la verità, una certa agitazione all’interno delle coalizioni, ma senza mutamenti significativi. Questa situazione di stallo non favorisce di certo il centrosinistra (o campo largo), in cerca di una formula politica che accontenti tutti, a differenza del centrodestra, che si fonda invece su un modello ampiamento testato e consolidato. Ma alle elezioni politiche manca un anno e mezzo. Tutto può ancora accadere. Il 2026 sarà un anno di svolta? Molto dipenderà dall’esito del referendum sulla giustizia. Ma molto dipenderà anche da altre variabili, come la riforma della legge elettorale e l’andamento della situazione economica. In attesa, proviamo a stilare un sommario e sintetico bilancio del 2025 per ognuno di questi leader.
Meloni: un anno difficile, ma se l’è cavata. Però restano alcune incognite. La premier merita sicuramente la sufficienza, come testimonia il fatto che FdI rimane il primo partito, mantenendo inalterato il suo distacco dal Pd, prima forza dell’opposizione. Se andiamo ad analizzare le ragioni del consenso di Meloni, ci rendiamo conto che esso è dovuto in primo luogo alla buona esposizione in politica estera, con l’Italia che sembra aver riacquistato una sua centralità nel concerto internazionale. L’ultimo Consiglio europeo ha peraltro rappresentato un indubbio successo per la nostra premier, la quale, sullo spinoso tema degli aiuti all’Ucraina, è riuscita a imporre la linea degli eurobond sui recalcitranti leader dell’Europa del Nord. Il discorso si fa invece più complesso sul fronte interno, soprattutto per quanto riguarda la politica economica. Un punto a favore per Meloni viene dal fatto che il governo è riuscito a tenere i conti pubblici in ordine, riportando lo spread ai livelli di venti anni fa. Però il rigore della risicata manovra di bilancio per il 2026 sta producendo scontento in vaste aree del Paese, in particolare nei settori più disagiati dalla popolazione. La scommessa della premier è quella di allentare l’austerità nella manovra finanziaria del prossimo anno, cioè quella che precederà direttamente le Politiche del 2027. Ci riuscirà? Sicuramente avrà il suo peso il giudizio dei mercati, che finora le è stato favorevole.
Salvini: tanta agitazione, ma pochi risultati concreti. Decisamente al di sotto della sufficienza è il voto per il leader leghista. Il giudizio avrebbe potuto essere ancora più pesante se non fosse stato per l’ottimo risultato conseguito dalla Lega nelle Regionali in Veneto dello scorso novembre. Per la verità, gran parte del successo è dovuto all’impegno del governatore uscente Luca Zaia, ma il partito di Salvini è riuscito a scongiurare il sorpasso da parte degli alleati-rivali di FdI e conferma il suo radicamento elettorale nel Nordest. Per il resto, non hanno sortito effetti i vari tentativi di smarcamento dalla politica del governo, soprattutto per quanto riguarda gli aiuti all’Ucraina. Il punto mantenuto dall’esecutivo nel decreto per Kiev ha rappresentato una sconfitta per Salvini, che non può capitalizzare più di tanto il tentativo di catturare il consenso dell’opinione pubblica “pacifista”, anche perché il leader leghista deve vedersela con l’agguerrita concorrenza di Conte sul fronte opposto dello schieramento politico. La Lega di Salvini ha confermato nel 2025 che la sua vera forza è territoriale. Ciò può permettere al Capitano (ormai nessuno, in realtà, lo chiama più così) di tirare un sospiro di sollievo, ma rappresenta anche la smentita della linea “nazionale” seguita in questi anni da Matteo. A complicargli la via si è messa anche la Corte dei Conti, che ha bloccato il progetto del Ponte sullo Stretto, ultimo tentativo dell’ (ex) Capitano di mantenere i consensi conquistati al Sud in questi anni.
Tajani: ha restituito un ruolo politico a Forza Italia, ma i Berlusconi lo vogliono mandare in pensione. Non è stato in definitiva un cattivo anno, il 2025, per il leader di FI e ministro degli Esteri. È vero, sì, che l’esposizione internazionale della premier Meloni ha un po’ oscurato il suo ruolo di responsabile della politica estera dell’Italia, però Tajani è riuscito comunque a imporsi come un elemento di stabilità e di ortodossia euro-atlantica in contrapposizione alle bizze neutraliste e antieuropee di Salvini. Il leader azzurro è anche riuscito a contendere all’alleato-rivale la posizione di numero due della coalizione di centrodestra. Poi però è arrivata la doccia fredda delle dichiarazioni di Pier Silvio Berlusconi. L’Ad di Mediaset ha auspicato per FI «facce nuove, idee nuove e un programma rinnovato», pur assicurando «gratitudine» al leader del partito. Di solito è una formula che annuncia un pensionamento prossimo venturo. Daremmo sicuramente la sufficienza a Tajani per il suo operato nel 2025, ma non ci sentiamo di prevedere grandi cose per il suo futuro politico.
Schlein: ha mantenuto il primato del Pd a sinistra, ma l’alternativa al governo Meloni rimane sospesa in aria. Poco al di sotto della sufficienza il giudizio per la leader del Pd nell’anno che sta per chiudersi. Elly continua a tenere a distanza il suo maggiore competitore, Giuseppe Conte, nella corsa alla premiership del campo largo in vista della Politiche del 2027, né può essere impensierita dalla comparsa in pista di outsider come la sindaca di Genova, Silvia Salis, e il primo cittadino di Napoli, Gaetano Manfredi. Ma la stroncatura che recentemente le è arrivata dal fondatore dell’Ulivo, Romano Prodi, testimonia la sua difficoltà nei confronti dei settori moderati del centrosinistra, a partire dai riformisti del suo stesso partito. La nascita di un correntone dentro il Pd su iniziativa di Dario Franceschini (che pure è stato uno dei suoi primi sponsor) è stata vista da tutti come un tentativo di controllarne le mosse al fine di scongiurare un eccessivo sbilanciamento a sinistra del partito. Il problema di Elly è che, pur dicendosi «testardamente unitaria», non riesce a fare sintesi, non riesce cioè a elaborare un progetto comune per tutte le anime dell’opposizione al governo Meloni. Per le elezioni politiche si voterà nella primavera del 2027. Ci sarebbe tutto il tempo per trovare la quadra nel centrosinistra. Ma, al momento, non si intravedono svolte all’orizzonte. E un anno e mezzo potrebbe non essere sufficiente per far nascere una forza che contenda al centrodestra il governo del Paese.
Conte: è riuscito a valorizzare e rilanciare il ruolo politico del M5S. Una sufficienza piena la merita sicuramente il leader del Movimento Cinque Stelle. Con il suo sapiente gioco di interdizione e, soprattutto, con le sue posizioni in politica estera, è riuscito a dare l’idea che il suo partito offre un’alternativa chiara alla politica del governo, facendo anche risaltare la leggerezza e l’ambiguità dell’alleato-concorrente Pd riguardo alla guerra in Ucraina. Non è un mistero che Giuseppe punta a essere incoronato candidato premier del campo largo, ma è assai arduo che ci riesca. Comunque rimane saldamente alla guida del M5S. La forza del suo partito è duplice: radicamento al Sud e radicalismo “giacobino”. Conte non preme più di tanto per la costruzione di uno schieramento alternativo al centrodestra. Il M5S non è facilmente “alleabile”. Ciò fornisce al leader un indubbio vantaggio nelle trattative con i potenziali “soci” del campo largo. Le elezioni regionali in Campania sono state il suo capolavoro. È riuscito a imporre il suo candidato governatore, Roberto Fico, lasciando il cerino accesso nelle mani del Pd nella difficile gestione del dopo Vincenzo De Luca.



