Il blitz statunitense in Venezuela non è un fatto eccentrico nella politica estera americana. Per quanto possa sembrare strano, è un episodio che trova riferimento in una concezione geostrategica elaborata due secoli fa. È la dottrina Monroe, che più volte troviamo evocata in questi giorni sui giornali. In che cosa consiste? Detto in modo brutale, significa che gli Usa considerano l’America latina il loro “cortile di casa”.
Messa in questo modo, sembra la legittimazione del bullismo geopolitico di Donald Trump. In parte è così. Ma non è solo questo: è una teoria che ha le sue motivazioni geopolitiche. Tale dottrina si chiama così perché porta il nome del presidente americano James Monroe. Nella sua effettività, fu elaborata e presentata al Congresso Usa nel 1823 dall’allora segretario di Stato, Quincy Adams, che poi sarebbe a sua volta diventato presidente degli Stati Uniti.
Al cuore della dottrina Monroe c’è l’intangibilità dell’intero spazio geografico americano. E quindi non solo il Nord del continente, ma anche il Centro e il Sud. All’epoca, aveva una natura sostanzialmente difensiva ed era rivolta a impedire le intromissioni delle potenze europee nel Nuovo Mondo. Monroe e Adams pensarono questa teoria soprattutto per sostenere il consolidamento degli Stati del Sudamerica che si erano appena affrancati dal dominio coloniale spagnolo. Gli stessi Stati Uniti s’erano finalmente liberati dai ritorni di potenza inglesi solo nel 1815. Basterà dire che la città di New York fu attaccata e devastata dalle truppe di re Giorgio III nel 1814.
Con il passare dei decenni, la dottrina Monroe assunse un significato, non più difensivo, bensì aggressivo. La svolta avvenne con la guerra ispano-americana del 1898 (il presidente era William McKinley) che si concluse con l’indipendenza di Cuba (sotto la protezione statunitense) e con la definitiva cacciata della Spagna dall’America. Fu un punto cruciale, perché segna la nascita della politica imperialista di Washington nel mondo. Gli Usa si aggiudicarono in quell’occasione anche il dominio su Portorico, Guam e l’arcipelago delle Filippine. Secondo Carl Schmitt, da quel momento in poi, gli Stati Uniti intesero la dottrina Monroe come legittimazione alla loro espansione mondiale, soprattutto ai danni dell’Europa, le cui potenze erano considerate decadenti e corrotte, almeno secondo i princìpi “missionari” del calvinismo rinato nell’America del Nord.
L’idea dell’America latina come “cortile di casa” degli Usa l’abbiamo vista ampiamente applicata nella seconda metà del secolo scorso nel sostegno americano a regimi autoritari particolarmente duri come in Guatemala, El Salvador, Argentina, Brasile, fino all’organizzazione da parte della Cia di colpi di Stato come in Cile oppure del diretto finanziamento a gruppi guerriglieri anticomunisti come quello dei Contras nel Nicaragua sandinista e filo cubano di Daniel Ortega.
Dopo questo lungo (ma necessario) tuffo nella storia, veniamo all’oggi. La domanda è: se due secoli fa, gli Stati Uniti dovevano difendere lo spazio americano da Spagna e Inghilterra, oggi da chi lo devono preservare? La risposta è ovvia: devono difendere l’America (ma innanzi tutto i propri interessi) dalla Cina, che negli ultimi anni sta attuando una politica di espansione economico- commerciale proprio nella parte Sud del continente, area considerata uno dei grandi mercati del futuro.
A proposito del blitz a Caracas, s’è parlato soprattutto del petrolio del Venezuela, dove sarebbero i giacimenti più grandi del mondo. Agli Usa fa gola controllare questa ricchezza? Certamente, ma sono interessati soprattutto a impedire che l’oro nero di Caracas finisca nella disponibilità di Pechino, almeno alle condizioni stabilite a suo tempo da Nicolas Maduro e Xi Jinping. In questo senso, il blitz di sabato scorso suona anche come un ammonimento nei confronti di altri Paesi latinoamericani che fossero interessati a estendere i rapporti economici con la Cina, soprattutto per quanto riguarda i giacimenti di terre rare e di altre materie prime.
C’entra anche la Groenlandia con la dottrina Monroe? Sì, c’entra, perché la grande isola artica è considerata una sorta di prolungamento dello spazio americano. E si avvia a diventare strategica per le rotte marittime commerciali e per lo sfruttamento delle ricchezze del suo sottosuolo. Ma qui, come è cronaca di questi giorni, si pongono le premesse di uno scontro con l’Europa. È di oggi la dura nota in risposta a Trump che è stata firmata da sette capi di Stato e di governo dell’Ue (compresa Giorgia Meloni): «La sicurezza dell’Artico rimane una priorità chiave per l’Europa ed è un punto critico per la sicurezza internazionale e transatlantica», ma «l’integrità territoriale e i confini di Danimarca e Groenlandia sono principi inviolabili»: ed entrambe fanno parte della Nato. Vedremo come andrà a finire.
Domanda finale: perché la dottrina Monroe è stata riscoperta e rilanciata con la presidenza Trump? Perché appare la più funzionale agli Stati Uniti in questa fase storica di tramonto del vecchio multilateralismo e di ascesa del multipolarismo, che vuol dire essenzialmente divisione della Terra in grandi aree di influenza da parte delle potenze che possono permetterselo: Usa, Cina e (in parte) Russia. Detto in altri termini: i giuristi del diritto internazionale lasciano il posto ai geopolitici e ai geo strateghi.
Corollario necessario: oggi con la Groenlandia e ieri con gli Stati dell’America latina di nuova indipendenza, la dottrina Monroe si dimostra una teoria essenzialmente antieuropea. È bene che i governi e, soprattutto, le opinioni pubbliche del vecchio continente se ne rendano conto e cambino velocemente mentalità, abbandonando i vecchi, ingenui modelli del cosmopolitismo multilaterale e del pacifismo ideologico. Non sarà facile. Ma altra strada non c’è, per sopravvivere in un mondo di “bulli” scatenati.



