Destra. Petrecca, Sangiuliano e Pucci: il filo e il vizio d’origine che li lega

venerdì, 13 Febbraio 2026
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Cos’hanno in comune Paolo Petrecca, Gennaro Sangiuliano e Andrea Pucci?

Un’appartenenza, l’essere apertamente di destra, frutto di scelte politiche di destra e l’aver subito, da colpevoli o da innocenti, la gogna politica, intellettuale e mediatica della sinistra.

Ghigliottina potentissima e pura macchina del fango che, quando partono, non lasciano scampo. Solo qualche esponente presente o passato dei vertici apicali delle istituzioni o dei partiti si è salvato, dovendo però, molto spesso nascondersi o compiacere al fuoco nemico, assumendo pose e posture inclusive, alla moda, politicamente corrette, fino a sembrare il lato destro del pensiero unico; problema-mantra ogni volta che la destra va al governo. A discapito della sua storia e del suo Dna.

Il “processo di Norimberga” li ha colpiti tutti e tre. Col risultato che Paolo Petrecca è al centro di una sollevazione popolare e professionale vista poche volte in Rai; Sangiuliano si è dovuto dimettere da ministro della Cultura e Pucci ha declinato la sua presenza a Sanremo.

Le ragioni? Sulla carta paiono inattaccabili: Il direttore di Rai Sport “deve dimettersi per la cronaca imbarazzante della serata inaugurale di Milano-Cortina, sbagliando i nomi degli atleti, confondendo lo stadio, facendo battute qualunquistiche sulle identità etniche degli atleti stranieri”, compromettendo un servizio pubblico già drogato dalla lottizzazione (chi lo contesta se ne è accorto solo ora?)”. E come se non bastasse, è partita una petizione contro di lui, tutta una programma (“No pasaran”), nel nome della qualità e dell’obiettività da garantire (puro sogno ideologico), animata da una certa Samantha Costa; e Fanpage ha appena tirato fuori una storia di aumento dei budget dei programmi storici e delle consulenze esterne sotto la sua gestione.

Sangiuliano, dal canto suo, ha pagato per una triste vicenda privata che, secondo i suoi detrattori, avrebbe confermato lo stereotipo del berlusconismo nazional-popolare in salsa stavolta Fratelli d’Italia; ma soprattutto ha pagato la prima seria strategia di tagli ai film di sinistra finanziati dallo Stato quasi sempre a fondo perduto, ma espressione dovuta e obbligata di quella superiorità etica e culturale che deve albergare geneticamente e per diritto divino a sinistra.

Pucci, infine, non ha retto agli insulti via social. A lui e alla famiglia. Pure lui vittima di una campagna diffamatoria per le sue idee, le sue battute ritenute grossolane. Come se i Benigni, le Littizzetto, i Luca e i Paolo siano degli aristocratici nelle loro battute psicosomatiche rivolte alla Meloni, ai suoi ministri e alla destra in genere. Ah già ce lo scordiamo, quella della sinistra è satira, non eugenetica ideologica; quella della destra è volgarità e odioso sessismo.

E Pucci, non solo ha dovuto rifiutare l’ospitata al Festival, ma si è visto pure annullare un evento aziendale da parte di Conad, a cui era stato invitato.

Domanda: i tre, da domani in poi, reggeranno all’onda d’urto? Pucci sarà più conosciuto rispetto ad ora? Petrecca sarà destinato ad altro incarico o messo in naftalina?

Sangiuliano almeno un qualche rivincita l’ha avuta: dopo aver ricoperto l’incarico di inviato Rai a Parigi, è stato eletto consigliere regionale in Campania, e Maria Rosaria Boccia è stata appena rinviata a giudizio con l’accusa di stalking, diffamazione e lesioni.

Ma resta una considerazione generale da fare e che riguarda la selezione e formazione della classe dirigente a destra. Ambiente che decapita sistematicamente i padri nobili con l’arroganza dei figli vincenti. Che si affida unicamente al potere carismatico e redditizio per le carriere individuali e collettive, delle leadership che via via ottengono successo, consenso e voti. E’ accaduto con Fini prima e adesso con la Meloni.

Intorno ai quali diventa un’impresa ardua il computo di collaboratori e figure di spicco. Tutto facile quando si sta all’opposizione, molto più difficile quando si sta al governo e si deve esprimere competenza, preparazione e visione.

Insieme a pochi emergenti, tanti troppi “emergenti di altro tipo” che beneficiano di meccanismi clientelari e di favoritismi in base alla militanza, alla fiducia, alla fedeltà. Per non parlare della Rai, la cui lottizzazione impone da decenni una quota parte a destra che, in virtù di periodici scatti contrattuali, ha elevato a rango di dirigenti persone non all’altezza. Fornendo un alibi mostruoso alla sinistra per attaccare il governo e un pretesto per ribadire la sua superiorità, dovuta unicamente al fatto che fin dalla prima Repubblica ha occupato i posti-chiave, approfittando del vuoto pneumatico e della latitanza della Dc; partito che pensava al governo e non alle Università, al cinema, alle case editrici, ai premi letterari, alla cultura.

Se si pensa di colmare tale gap, bisogna ripartire da zero e fare un doveroso bagno di umiltà.

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