C’è una versione ufficiale e una versione reale. La prima parla di verifiche in corso, di regolamenti da rispettare, di tempi tecnici. La seconda, raccontata da fonti vicine alla FIFA che chiedono l’anonimato, è molto più lineare: in caso di esclusione dell’Iran, la soluzione è già pronta: l’Italia.
Non attraverso spareggi, non tramite percorsi sportivi aggiuntivi, ma con una decisione “eccezionale” costruita nel tempo. Non scritta, ma condivisa. E quando, nel calcio globale, una linea è condivisa ai livelli alti, diventa solo questione di quando comunicarla, inutile negarlo.
La questione non è se l’Italia sia forte abbastanza. I numeri dicono già che lo sia. Dal 2018 a oggi, nelle qualificazioni mondiali, gli Azzurri hanno raccolto 17 vittorie, 6 pareggi e 3 sconfitte, con una percentuale di successi del 65,4%. Sono quarti in Europa per rendimento. Non una squadra marginale rimasta fuori per manifesta inferiorità, ma una nazionale che ha pagato un sistema di qualificazione che, nei fatti, non sempre riflette i valori reali. In questo caso la nostra federazione ha dimostrato scarsa lungimiranza a livello di formula e calendario. Troppi sorteggi, poche certezze.
Ed è proprio qui che si apre un problema tecnico: le qualificazioni, così come sono costruite, servono davvero allo sport? Oppure sono diventate un meccanismo funzionale al calendario, più che alla selezione meritocratica?
In Europa gironi brevi, sorteggi determinanti, spareggi secchi. Un impianto che amplifica l’episodio e riduce la profondità del giudizio. Non premia necessariamente il migliore, ma chi attraversa meglio un percorso breve. Lo sanno anche dentro il sistema. Un dirigente europeo, a microfoni spenti, lo sintetizza così: “Le qualificazioni decidono chi passa, non sempre chi vale di più”. Una frase che, da sola, basterebbe a spiegare il dilemma italiano.
Ma se il merito non è l’unico criterio, allora quale lo è? La risposta, inevitabilmente, porta ai numeri economici. Un Mondiale senza Italia non è neutro. È un evento che perde valore. Le stime interne parlano di un impatto compreso tra 150 e 250 milioni di euro tra diritti televisivi, sponsorizzazioni e engagement. L’Italia non è solo una nazionale, è un mercato, un pubblico, una narrativa. Toglierla significa ridurre il peso complessivo del prodotto.
Il calcio smette definitivamente di essere solo sport.
Gianni Infantino, oggi, non sta semplicemente organizzando un torneo. Sta gestendo un equilibrio. Il tema del consenso interno torna centrale, soprattutto in vista delle dinamiche future e con Aleksander Čeferin destinato a uscire dal prossimo ciclo decisionale. L’Europa, negli ultimi anni spesso marginalizzata, torna ad avere un peso decisivo. E quando il peso cambia, cambiano anche le scelte.
In questo contesto, l’Italia diventa una variabile utile. Non perché “meriti” più di altre, ma perché è funzionale. Funzionale a riequilibrare il torneo, a rafforzare il blocco europeo, a evitare un danno economico.
Le fonti parlano anche del metodo. Nessuna accelerazione, nessuna decisione anticipata. Al contrario: si tirerà la questione fino all’ultimo momento utile, evitando soluzioni sportive alternative. Quando il tempo sarà scaduto (metà maggio), la scelta apparirà inevitabile. Non imposta, ma necessaria. È una tecnica nota nella governance internazionale: non decidere subito, ma rendere impossibile ogni altra opzione.
Se questo scenario dovesse concretizzarsi, non sarebbe uno scandalo. Sarebbe la conferma di ciò che il calcio è diventato: un sistema in cui il merito sportivo convive con esigenze economiche e logiche di potere. Le qualificazioni restano, formalmente, il filtro. Ma non sono più il criterio finale.
E allora la domanda non è se l’Italia tornerà al Mondiale. La domanda è un’altra: quanto contano ancora, davvero, le qualificazioni? Soprattutto negli altri continenti…
(nella prossima puntata Speciale Mondiali 2026: il sistema di qualificazione tra paradossi ed episodi)



